Il processo per le morti causate dalla cementifera Fibronit sta per
iniziare. Eppure per vent'anni le patologie tumorali frequenti non hanno
fatto scattare una reazione di cittadini e amministrazione. “Ci
dicevano che alzando la voce avremmo rovinato l'economia del vino”. Le
telecamere de ilfattoquotidiano.it sono entrate nella fabbrica delle
polveri killer. Dove non ci sono ancora i soldi per la bonifica
“Il male della cementifera”. Era così che la gente di Broni,
fino agli anni ’90, definiva la rara forma di tumore ai polmoni che
colpiva con preoccupante frequenza i suoi abitanti. La patologia era
sempre quella: mesotelioma pleurico. E le vittime si moltiplicavano. Le
stime più prudenti parlano di almeno 700 morti
accertati fino a oggi. Tutti, in paese, sapevano che il tumore dipendeva
dalle polveri fuoriuscite da quella fabbrica, la cementifera Fibronit.
Morivano gli operai. Morivano le loro mogli che lavavano le tute
impregnate di quella sostanza. Morivano (e continuano a morire, perché
il mesotelioma ha una latenza che può arrivare a 40 anni) le persone che
vivevano attorno a quell’insediamento industriale – costruito proprio
nel cuore del paese – che fra il 1919 e il 1994 ha dato lavoro a 3.798
persone. Ma le denunce non arrivavano. Le associazioni delle vittime non
nascevano. Le amministrazioni comunali tacevano. Fino a dieci anni fa, a
Broni non c’era nemmeno un riconoscimento ufficiale dei danni
ambientali provocati dalla lavorazione dell’amianto.
La storia di Broni è molto simile a quella di Casale Monferrato, dove operava la Eternit (lunedì scorso il tribunale di Torino ha condannato a 16 anni i due ex proprietari).
Eppure nell’Oltrepo la reazione, per anni, non è arrivata. A differenza
della città piemontese, qui non ci sono mai state – e non ci sono
tuttora – bandiere tricolori alle finestre con la scritta “giustizia”.
Qui le prime denunce sono arrivate nello scorso decennio. Il processo
non ha ancora preso il via, l’udienza preliminare è prevista nelle
prossime settimane. Le due associazioni dei parenti delle vittime
esistono da meno di 5 anni. E prima? “Broni per un lungo periodo ha
rimosso questo problema. A differenza di Casale, c’è stata grande
difficoltà ad ammettere che il paese avesse un problema così”, spiega Gianluigi Vecchi, coordinatore provinciale di Legambiente Pavia.
“Ci dicevano che alzando la voce avremmo rovinato l’economia del vino,
ci accusavano addirittura di provocare il crollo del mercato
immobiliare”, dice Costanza Pace, bronese e membro
dell’Associazione esposti amianto: “Solo raccogliendo prove delle piogge
acide, mostrando gli effetti dello sfaldamento dei tetti e infine
istituendo il registro dei mesoteliomi, siamo riusciti a diventare sito
di interesse nazionale”. Ancora più arrabbiato Silvio Mingrino,
fondatore di Avani, l’altra associazione delle vittime: “Ho perso mio
padre nel ’99 e mia madre mi spiegò che la causa era ‘il male della
cementifera’. Poi, nove anni dopo, morì anche lei: mesotelioma pleurico.
Quel giorno capii che non potevo più fare finta di niente. Chi doveva
tutelarci non l’aveva fatto, dovevamo pensarci da soli”. Mingrino
sostiene che le 700 vittime di cui parla Legambiente siano frutto di una
stima per difetto. A noi risulta che dal 1978 ad oggi siano decedute
per patologie legate all’esposizione all’amianto 1.300 persone”.
L’amianto ha fatto parte della vita di Broni, ne è stato protagonista
per più di cinquant’anni: “Qui molto spesso agli operai venivano date le
lastre difettose da usare nelle campagne o il polverino residuo per
fare il cemento dei vialetti negli orti”, spiega Mario Fugazza,
assessore all’Ambiente, che ha fatto un censimento della presenza di
lastre di amianto nel Comune: “Le coperture di amianto, dal capannone al
ricovero attrezzi, hanno una superficie complessiva di circa 150mila
metri quadrati, di cui circa mille sono pubblici”. Le associazioni ora
avanzano richieste all’amministrazione: “Deve arrivare una bonifica di
tutti i manufatti”, aggiunge Costanza Pace. “A Broni anche chi non
lavorava in fabbrica veniva colpito da questo killer silenzioso che
usciva dalla fabbrica ed entrava silente nelle nostre abitazioni. E
quasi tutti a Broni hanno avuto un morto per malattie causate da queste
polveri”.
Già, la bonifica. I tempi sono lunghissimi. Oggi è in
corso la messa in sicurezza (che arriva a 18 anni dalla chiusura della
fabbrica), per la quale sono stati stanziati circa 5 milioni di euro. Ma
fare recinzioni e tappare con dei pannelli le aperture nelle pareti non
significa bonificare. Per questa seconda fase non ci sono ancora i soldi.
Stesso discorso per lo smaltimento di tutte le lastre rimosse. “Non ci
sono ancora i 15 milioni per la bonifica e 10 per lo smaltimento. Dopo
la sentenza di Casale questo è inaccettabile”, spiega Gianluigi Vecchi. E
l’assessore aggiunge: “Avendo a disposizione una somma non sufficiente
per procedere con la bonifica, abbiamo iniziato l’intervento dai
capannoni in cui avvenivano le lavorazioni”.
Tra poche settimane a Voghera inizierà il processo, a due anni dall’avviso di chiusura indagini. Dieci gli indagati, tutti ex dirigenti Fibronit. Il pm Giovanni Benelli
ha modificato il capo d’accusa da disastro colposo a disastro doloso.
Lo stesso reato per cui sono stati condannati, pochi giorni fa, gli ex
proprietari di Eternit. “Omettevano volontariamente di adottare gli
accorgimenti e i presidi organizzativi”, si legge nell’avviso firmato da
Benelli. Non solo: “Omettevano di adottare idonei sistemi per evitare
il propagarsi delle polveri”. Le carte giudiziarie, due anni fa,
individuavano oltre 570 morti sospette. E dal 2010 a oggi sono morte
altre cento persone. L’azienda è fallita, non c’è più traccia della
proprietà. Scarse le possibilità di ottenere risarcimenti importanti per
i soggetti coinvolti. “Ma il nostro obiettivo – dice Mingrino – non
sono i soldi. E’ importante che a Broni si scaccino i fantasmi. E quello
che è accaduto deve essere scritto, nero su bianco, dalla giustizia.
Grazie alla sentenza di Torino, ora anche la legge ammette che l’amianto
uccide”.
Fonte Articolo
giovedì 16 febbraio 2012
Amianto, un’altra Casale nell’Oltrepo pavese. A Broni 700 morti. E ancora nessun colpevole
Etichette:
aiea,
amianto,
avani,
Benelli,
broni,
casale,
cementifera,
Eternit,
fibronit,
mesotelioma,
pavia
Monti: “Presenteremo un emendamento per ridurre le esenzioni Imu alla Chiesa”
Il premier italiano annuncia al presidente della Commissione Ue,
Almunia: "Abrogheremo le norme che riguardano la franchigia per gli
edifici dove l'attività commerciale non è esclusiva, ma solo prevalente.
Presto porteremo in Parlamento la proposta". La Cei: "Speriamo si tenga
in considerazione il valore del no profit"
Privilegi fiscali agli enti cattolici: qualcosa si muove. Nei piani dell’esecutivo italiano, infatti, c’è un emendamento al decreto liberalizzazioni che chiarisca una volta per tutte la questione riguardante l’esenzione dall’Imu riservata a tutti gli enti non commerciali e, quindi, anche alla Chiesa. E’ quanto verrà presentato a breve in Parlamento a detta del Presidente del consiglio Mario Monti. Lo ha riferito lo stesso premier al vice presidente della Commissione Ue, Joaquin Almunia. “L’esenzione dall’Imu per la Chiesa fa riferimento solo agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un’attività non commerciale – ha detto il presidente del Consiglio italiano – L’emendamento annunciato abrogherà norme che prevedono l’esenzione a immobili dove l’attività commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente”.
L’intervento comporterà l’esenzione Imu per la sola frazione di unità nella quale si svolga l’attività di natura non commerciale. Insomma: se, ad esempio, un istituto religioso ha al suo interno una serie di camere utilizzate per motivi commerciali (b&b, ostello, ecc), queste ultime non saranno esenti dalla tassazione.
Oltre a questo criterio, l’emendamento annunciato da Mario Monti, comporterà anche l’abrogazione di norme che prevedono l’esenzione per immobili dove l’attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente e l’introduzione di un meccanismo di dichiarazione vincolata a direttive rigorose stabilite dal ministro del Tesoro circa l’individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all’interno di uno stesso immobile. La speranza del premier, come si legge in una nota di Palazzo Chigi, è che l’iniziativa del governo spinga la Commissione europea a chiudere la procedura aperta nell’ottobre 2010.
Il portavoce della Cei, monsignor Domenico Pompili, ha commentato al riguardo: ”Attendiamo di conoscere l’esatta formulazione del testo, così da poter esprimere un giudizio circostanziato”. ”Come dichiarato più volte – ha continuato il portavoce – anche di recente, dal Presidente della Cei, Cardinal Angelo Bagnasco, ogni intervento volto a introdurre chiarimenti alle formule vigenti sarà accolto con la massima attenzione e senso di responsabilità”. “L’auspicio – ha concluso monsignor Pompili – è che sia riconosciuto e tenuto nel debito conto il valore sociale del vasto mondo del no profit”.
E non si è fatta attendere la risposta di Joaquin Almunia, il quale – in una dichiarazione ufficiale dell’ufficio della vicepresidenza europea – ha fatto sapere che “quando l’emendamento sarà approvato dal Parlamento, la Commissione lo valuterà e prenderà una decisione”. Una posizione d’attesa, quindi, che comunque conferma la buona predisposizione della Commissione nei confronti dell’esecutivo Monti. La notizia dell’emendamento sulla stretta all’esenzione Imu, del resto, è stata accolta come “un buon progresso”.
I più “sorpresi” dalle dichiarazioni di Monti sembrerebbero essere i comuni italiani che, da quanto trapela dall’Anci, non sono stati consultati dal premier nonostante la riforma coinvolga direttamente anche gli enti territoriali, in quanto imposta comunale. Per questo si prevede che già domani, nel corso dell’ufficio di presidenza convocato a Roma, possano esserci delle reazioni all’emendamento annunciato dal governo.
Fonte Articolo
Privilegi fiscali agli enti cattolici: qualcosa si muove. Nei piani dell’esecutivo italiano, infatti, c’è un emendamento al decreto liberalizzazioni che chiarisca una volta per tutte la questione riguardante l’esenzione dall’Imu riservata a tutti gli enti non commerciali e, quindi, anche alla Chiesa. E’ quanto verrà presentato a breve in Parlamento a detta del Presidente del consiglio Mario Monti. Lo ha riferito lo stesso premier al vice presidente della Commissione Ue, Joaquin Almunia. “L’esenzione dall’Imu per la Chiesa fa riferimento solo agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un’attività non commerciale – ha detto il presidente del Consiglio italiano – L’emendamento annunciato abrogherà norme che prevedono l’esenzione a immobili dove l’attività commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente”.
L’intervento comporterà l’esenzione Imu per la sola frazione di unità nella quale si svolga l’attività di natura non commerciale. Insomma: se, ad esempio, un istituto religioso ha al suo interno una serie di camere utilizzate per motivi commerciali (b&b, ostello, ecc), queste ultime non saranno esenti dalla tassazione.
Oltre a questo criterio, l’emendamento annunciato da Mario Monti, comporterà anche l’abrogazione di norme che prevedono l’esenzione per immobili dove l’attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente e l’introduzione di un meccanismo di dichiarazione vincolata a direttive rigorose stabilite dal ministro del Tesoro circa l’individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all’interno di uno stesso immobile. La speranza del premier, come si legge in una nota di Palazzo Chigi, è che l’iniziativa del governo spinga la Commissione europea a chiudere la procedura aperta nell’ottobre 2010.
Il portavoce della Cei, monsignor Domenico Pompili, ha commentato al riguardo: ”Attendiamo di conoscere l’esatta formulazione del testo, così da poter esprimere un giudizio circostanziato”. ”Come dichiarato più volte – ha continuato il portavoce – anche di recente, dal Presidente della Cei, Cardinal Angelo Bagnasco, ogni intervento volto a introdurre chiarimenti alle formule vigenti sarà accolto con la massima attenzione e senso di responsabilità”. “L’auspicio – ha concluso monsignor Pompili – è che sia riconosciuto e tenuto nel debito conto il valore sociale del vasto mondo del no profit”.
E non si è fatta attendere la risposta di Joaquin Almunia, il quale – in una dichiarazione ufficiale dell’ufficio della vicepresidenza europea – ha fatto sapere che “quando l’emendamento sarà approvato dal Parlamento, la Commissione lo valuterà e prenderà una decisione”. Una posizione d’attesa, quindi, che comunque conferma la buona predisposizione della Commissione nei confronti dell’esecutivo Monti. La notizia dell’emendamento sulla stretta all’esenzione Imu, del resto, è stata accolta come “un buon progresso”.
I più “sorpresi” dalle dichiarazioni di Monti sembrerebbero essere i comuni italiani che, da quanto trapela dall’Anci, non sono stati consultati dal premier nonostante la riforma coinvolga direttamente anche gli enti territoriali, in quanto imposta comunale. Per questo si prevede che già domani, nel corso dell’ufficio di presidenza convocato a Roma, possano esserci delle reazioni all’emendamento annunciato dal governo.
Fonte Articolo
martedì 14 febbraio 2012
Afghanistan, Nato ammette uccisione 8 bambini in raid aereo
Il generale Carsten Jacobson, portavoce della Nato in Afghanistan, ha implicitamente ammesso la responsabilità delle forze Isaf nell’ennesima strage di bambini causata da un bombardamento aereo.
Otto bambini, di età compresa tra i 6 e i 14 anni, sono rimasti uccisi la sera di mercoledì 8 febbraio in un raid aereo della Nato
richiesto da truppe francesi nel corso di uno scontro a fuoco con i
talebani nel distretto di Najrab, nella provincia di Kapisa.
Fonti locali hanno riferito che i bambini stavano facendo pascolare un gregge di pecore nei pressi del loro villaggio di Giawa.
Per riscaldassi dal freddo e dalla neve avevano appena acceso un fuoco,
quando sono arrivati i caccia Nato, che li hanno bombardati in due
passaggi ripetuti.
"Non possiamo negare un legame diretto con la nostra operazione.
Ogni morte di innocenti che non hanno a che fare con il conflitto armato
è una tragedia", ha dichiarato Jacobson. Condanna e cordoglio sono
stati espressi dal presidente afgano Hamid Karzai e dal Parlamento di
Kabul.
Fonte Articolo
Morti per amianto, 16 anni ai padroni di Eternit. I familiari: “Finalmente giustizia”
Chiuso il processo di primo grado per 2.191 persone uccise dalle fibre
killer. I due imputati Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero di 64
anni, e il barone belga Louis de Cartier, 90 anni, colpevoli di
disastro doloso e omissione di cautele antinfortunistiche. 30mila euro
di risarcimento per ogni vittima
Jean Louis de Cartier e Stephan Schmidheiny, proprietari della Eternit, sono stati condannati a 16 anni di reclusione per disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. La condanna, pronunciata dal presidente Casalbore, si riferisce ai reati commessi a Cavagnolo e Casale Monferrato. Prescritte invece le condotte relative agli stabilimenti di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Lunghissimo l’elenco del risarcimento danni e delle provvisionali per le parti civili: tra questi 4 milioni al Comune di Cavagnolo e 25 milioni per il Comune di Casale, 100 mila euro a Cgil nazionale, Associazione familiari e vittime dell’amianto e Legambiente onlus. Settantacinquemila a Wwf Italia. Undici milioni a Inail. E poi risarcimenti per cifre dai 30 ai 35 mila euro per gli eredi delle vittime.
La sentenza riguarda la morte per amianto di 2.191 persone ed è stata accolta in aula da lacrime liberatorie. Hanno pianto, stringendosi l’uno a l’altro, i parenti delle vittime italiane, ma anche gli esponenti delle delegazioni straniere.
Era visibilmente commossa Fernanda Giannasi, leader del movimento brasiliano: “Dobbiamo mantenere vivo questo movimento, non deve accadere quel che accaduto in Brasile, dove nel 2004 abbiamo vinto in primo grado un processo contro Eternit per 2500 vittime, ma non siamo stati sufficientemente organizzati e abbiamo perso in secondo grado”. C’è soddisfazione in aula, le attese non sono state deluse. I tremila morti italiani non sono morti di cause scientificamente non provate, né per la loro imperizia. C’era chi sapeva e ha fatto finta di niente, anteponendo il proprio profitto alla salute e alla sicurezza dei lavoratori.
Morti per amianto, 16 anni ai padroni di Eternit. I familiari: “Finalmente giustizia”
Jean Louis de Cartier e Stephan Schmidheiny,
proprietari della Eternit, sono stati condannati a 16 anni di
reclusione per disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure
antinfortunistiche. La condanna, pronunciata dal presidente Casalbore,
si riferisce ai reati commessi a Cavagnolo e Casale Monferrato.
Prescritte invece le condotte relative agli stabilimenti di Rubiera
(Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Lunghissimo l’elenco del
risarcimento danni e delle provvisionali per le parti civili: tra questi
4 milioni al Comune di Cavagnolo e 25 milioni per il Comune di Casale,
100 mila euro a Cgil nazionale, Associazione familiari e vittime
dell’amianto e Legambiente onlus. Settantacinquemila a Wwf Italia.
Undici milioni a Inail. E poi risarcimenti per cifre dai 30 ai 35 mila
euro per gli eredi delle vittime.
La sentenza riguarda la morte per amianto di 2.191 persone ed è stata accolta in aula da lacrime liberatorie. Hanno pianto, stringendosi l’uno a l’altro, i parenti delle vittime italiane, ma anche gli esponenti delle delegazioni straniere.
Era visibilmente commossa Fernanda Giannasi, leader del movimento brasiliano: “Dobbiamo mantenere vivo questo movimento, non deve accadere quel che accaduto in Brasile, dove nel 2004 abbiamo vinto in primo grado un processo contro Eternit per 2500 vittime, ma non siamo stati sufficientemente organizzati e abbiamo perso in secondo grado”. C’è soddisfazione in aula, le attese non sono state deluse. I tremila morti italiani non sono morti di cause scientificamente non provate, né per la loro imperizia. C’era chi sapeva e ha fatto finta di niente, anteponendo il proprio profitto alla salute e alla sicurezza dei lavoratori.
Bruno Pesce, presidente di Vertenza amianto, è riconoscente per il “lavoro eccezionale della Procura. È una pena giusta, severa. Credo che il tribunale abbia agito con molto rigore – ha detto – in modo esemplare. Questo dovrebbe fare riflettere tutti i datori di lavoro in merito alla tutela della salute e della sicurezza”. Soddisfatti ovviamente anche i pm e lo staff che ha condotto il lungo lavoro che ha reso possibile il maxiprocesso. Per tutti questa sentenza non è che l’inizio di un lungo percorso. “Ho inziato ad occuparmi di sicurezza sul lavoro dagli anni Settanta, ma da allora tanto è cambiato. Basta guardare quest’aula – da dichiarato il pm Raffaele Guariniello – abbiamo un grande compito, dare una risposta a questa sete di giustizia che arriva dalla popolazione. Dobbiamo entrare nelle stanze dei consigli di amministrazione perché è lì che si decidono le politiche aziendali e quanto si spende per la sicurezza”.
Romana Blasotti, presidente dell’associazione vittime dell’amianto di Casale, è ancora più convinta che sia necessario andare avanti: “Noi vogliamo lottare per la bonifica e per la ricerca. La lotta non finisce qui”. Il mesotelioma pleurico, il tumore provocato dalle fibre d’amianto, le ha portato via il marito, la figlia, una sorella, una cugina e un nipote. E nonostante questo, Romana Blasotti ha trovato la forza di diventare un simbolo della battaglia di Casale Monferrato. Il pool di avvocati svizzeri, coinvolti nella difesa delle parti civili, porta a casa un risultato che spera costituisca un precedente in tutto il mondo.
Unica nota dolente sembra quella dei risarcimenti, più simbolici che sostanziali. Ma questo è un aspetto di cui ci si occuperà in sede civile. Qualche preoccupazione deriva invece dalla concreta possibilità di recupero delle somme stabilite, dato che gli imputati sono stranieri. “Avevamo chiesto di più, hanno riconosciuto la provvisionale, un acconto, comunque non costuisce un problema. Non è speculativo lo spirito di questo processo – spiega l’avvocato di parte civile Rubino –. Insieme agli imputati hanno condannato anche i loro responsabili civili, che sono società con capacità patrimoniali e quindi in grado di onorare i debiti. Questo potrebbe aiutarci visto che bisognerà fare le esecuzioni all’estero e non sarà semplicissimo, per quanto esistano gli strumenti giuridici necessari”.
Di fronte ai giornalisti, l’avvocato Sergio Bonetto cerca però di riportare l’attenzione al vero merito di questo dibattimento: “Spero che si eviti di farlo diventare il processo dei miliardi, e che resti invece il processo del riconoscimento della responsabilità”. Diventa sempre più verosimile l’ipotesi di un processo Eternit-bis, su cui la Procura sta già lavorando e che potrebbe avere come capo di imputazione l’omicidio colposo o doloso. Oggi a Torino si è scritta una pagina di storia. Un passo in avanti è stato fatto per la tutela dei lavoratori in Italia e nel resto del mondo, anche se molto resta ancora da fare”.
Come le associazioni delle vittime, anche gli avvocati hanno deciso di creare una “multinazionale” della giustizia, che faccia da contraltare al cinismo industriale. “Abbiamo creato un’associazione di avvocati, si chiama Interforum Ong. Abbiamo deciso di rendere permanente il lavoro iniziato con il processo Eternit per estenderlo a tutti gli altri processi che riguardano crimini industriali – spiega l’avvocato Bonetto –. Il prossimo 25 febbraio sarà con noi a Parigi per una conferenza stampa, organizzata con i magistrati francesi, per parlare dei processi Eternit e Thyssen. La collaborazione con gli avvocati straniera è fondamentale e lo è stato anche per giungere a questa sentenza: senza i documenti forniti dai colleghi sarebbero mancati pezzi interi dell’inchiesta”.
Fonte Articolo
Jean Louis de Cartier e Stephan Schmidheiny, proprietari della Eternit, sono stati condannati a 16 anni di reclusione per disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. La condanna, pronunciata dal presidente Casalbore, si riferisce ai reati commessi a Cavagnolo e Casale Monferrato. Prescritte invece le condotte relative agli stabilimenti di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Lunghissimo l’elenco del risarcimento danni e delle provvisionali per le parti civili: tra questi 4 milioni al Comune di Cavagnolo e 25 milioni per il Comune di Casale, 100 mila euro a Cgil nazionale, Associazione familiari e vittime dell’amianto e Legambiente onlus. Settantacinquemila a Wwf Italia. Undici milioni a Inail. E poi risarcimenti per cifre dai 30 ai 35 mila euro per gli eredi delle vittime.
La sentenza riguarda la morte per amianto di 2.191 persone ed è stata accolta in aula da lacrime liberatorie. Hanno pianto, stringendosi l’uno a l’altro, i parenti delle vittime italiane, ma anche gli esponenti delle delegazioni straniere.
Era visibilmente commossa Fernanda Giannasi, leader del movimento brasiliano: “Dobbiamo mantenere vivo questo movimento, non deve accadere quel che accaduto in Brasile, dove nel 2004 abbiamo vinto in primo grado un processo contro Eternit per 2500 vittime, ma non siamo stati sufficientemente organizzati e abbiamo perso in secondo grado”. C’è soddisfazione in aula, le attese non sono state deluse. I tremila morti italiani non sono morti di cause scientificamente non provate, né per la loro imperizia. C’era chi sapeva e ha fatto finta di niente, anteponendo il proprio profitto alla salute e alla sicurezza dei lavoratori.
Morti per amianto, 16 anni ai padroni di Eternit. I familiari: “Finalmente giustizia”
Chiuso il processo di primo grado per 2.191 persone uccise dalle
fibre killer. I due imputati Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero
di 64 anni, e il barone belga Louis de Cartier, 90 anni, colpevoli di
disastro doloso e omissione di cautele antinfortunistiche. 30mila euro
di risarcimento per ogni vittima
La sentenza riguarda la morte per amianto di 2.191 persone ed è stata accolta in aula da lacrime liberatorie. Hanno pianto, stringendosi l’uno a l’altro, i parenti delle vittime italiane, ma anche gli esponenti delle delegazioni straniere.
Era visibilmente commossa Fernanda Giannasi, leader del movimento brasiliano: “Dobbiamo mantenere vivo questo movimento, non deve accadere quel che accaduto in Brasile, dove nel 2004 abbiamo vinto in primo grado un processo contro Eternit per 2500 vittime, ma non siamo stati sufficientemente organizzati e abbiamo perso in secondo grado”. C’è soddisfazione in aula, le attese non sono state deluse. I tremila morti italiani non sono morti di cause scientificamente non provate, né per la loro imperizia. C’era chi sapeva e ha fatto finta di niente, anteponendo il proprio profitto alla salute e alla sicurezza dei lavoratori.
Bruno Pesce, presidente di Vertenza amianto, è riconoscente per il “lavoro eccezionale della Procura. È una pena giusta, severa. Credo che il tribunale abbia agito con molto rigore – ha detto – in modo esemplare. Questo dovrebbe fare riflettere tutti i datori di lavoro in merito alla tutela della salute e della sicurezza”. Soddisfatti ovviamente anche i pm e lo staff che ha condotto il lungo lavoro che ha reso possibile il maxiprocesso. Per tutti questa sentenza non è che l’inizio di un lungo percorso. “Ho inziato ad occuparmi di sicurezza sul lavoro dagli anni Settanta, ma da allora tanto è cambiato. Basta guardare quest’aula – da dichiarato il pm Raffaele Guariniello – abbiamo un grande compito, dare una risposta a questa sete di giustizia che arriva dalla popolazione. Dobbiamo entrare nelle stanze dei consigli di amministrazione perché è lì che si decidono le politiche aziendali e quanto si spende per la sicurezza”.
Romana Blasotti, presidente dell’associazione vittime dell’amianto di Casale, è ancora più convinta che sia necessario andare avanti: “Noi vogliamo lottare per la bonifica e per la ricerca. La lotta non finisce qui”. Il mesotelioma pleurico, il tumore provocato dalle fibre d’amianto, le ha portato via il marito, la figlia, una sorella, una cugina e un nipote. E nonostante questo, Romana Blasotti ha trovato la forza di diventare un simbolo della battaglia di Casale Monferrato. Il pool di avvocati svizzeri, coinvolti nella difesa delle parti civili, porta a casa un risultato che spera costituisca un precedente in tutto il mondo.
Unica nota dolente sembra quella dei risarcimenti, più simbolici che sostanziali. Ma questo è un aspetto di cui ci si occuperà in sede civile. Qualche preoccupazione deriva invece dalla concreta possibilità di recupero delle somme stabilite, dato che gli imputati sono stranieri. “Avevamo chiesto di più, hanno riconosciuto la provvisionale, un acconto, comunque non costuisce un problema. Non è speculativo lo spirito di questo processo – spiega l’avvocato di parte civile Rubino –. Insieme agli imputati hanno condannato anche i loro responsabili civili, che sono società con capacità patrimoniali e quindi in grado di onorare i debiti. Questo potrebbe aiutarci visto che bisognerà fare le esecuzioni all’estero e non sarà semplicissimo, per quanto esistano gli strumenti giuridici necessari”.
Di fronte ai giornalisti, l’avvocato Sergio Bonetto cerca però di riportare l’attenzione al vero merito di questo dibattimento: “Spero che si eviti di farlo diventare il processo dei miliardi, e che resti invece il processo del riconoscimento della responsabilità”. Diventa sempre più verosimile l’ipotesi di un processo Eternit-bis, su cui la Procura sta già lavorando e che potrebbe avere come capo di imputazione l’omicidio colposo o doloso. Oggi a Torino si è scritta una pagina di storia. Un passo in avanti è stato fatto per la tutela dei lavoratori in Italia e nel resto del mondo, anche se molto resta ancora da fare”.
Come le associazioni delle vittime, anche gli avvocati hanno deciso di creare una “multinazionale” della giustizia, che faccia da contraltare al cinismo industriale. “Abbiamo creato un’associazione di avvocati, si chiama Interforum Ong. Abbiamo deciso di rendere permanente il lavoro iniziato con il processo Eternit per estenderlo a tutti gli altri processi che riguardano crimini industriali – spiega l’avvocato Bonetto –. Il prossimo 25 febbraio sarà con noi a Parigi per una conferenza stampa, organizzata con i magistrati francesi, per parlare dei processi Eternit e Thyssen. La collaborazione con gli avvocati straniera è fondamentale e lo è stato anche per giungere a questa sentenza: senza i documenti forniti dai colleghi sarebbero mancati pezzi interi dell’inchiesta”.
Fonte Articolo
Etichette:
amianto,
balduzzi,
caselli,
De Magistris,
Diliberto,
Eternit,
guariniello,
processo,
Torino,
vittime
venerdì 10 febbraio 2012
Barack Obama a Mario Monti: “Tra Stati Uniti e Italia relazione mai così forte”
Il presidente degli Stati Uniti ha incontrato il premier italiano e
ricordato il grande impegno del nostro paese nel sostenere la missione
Nato in Afghanistan e sottolinea come con il nuovo governo "l'Italia
stia adottando passi impressionanti per modernizzare la sua economia e
ridurre il proprio deficit"
Gli States credono in ‘Super Mario‘. Sentire per credere: ‘La relazione tra Italia e Stati Uniti non è mai stata così forte”. Non ha usato mezzi termini il presidente degli States Barack Obama per descrivere l’attuale rapporto con il nostro Paese. E lo ha fatto in un momento dal peso specifico non di poco conto: subito dopo la fine dell’incontro con il presidente del Consiglio Mario Monti, a testimonianza della stima reciproca tra i due. ”Ho piena fiducia nella leadership di Monti e spero possa traghettare l’Italia attraverso questi tempi difficili” ha detto Obama, confermando la sua fiducia sul futuro economico dell’alleato e anche dell’Europa, tanto che – parola del presidente – “gli Stati Uniti faranno tutto il possibile per contribuire a stabilizzare l’euro”. Di fronte a cotanto attestato di stima, il premier italiano ha risposto con dichiarazioni al miele, sottolineando che “l’incoraggiamento del presidente Obama aiuta “il mio governo a continuare sulla strada delle riforme strutturali”.
Obama, poi, ha ringraziato l’Italia per la partecipazione alle sanzioni nei confronti dell’Iran, ha ricordato che “non potremmo aver avuto successo” nell’operazione in Libia “senza il contributo dell’Italia” e si è complimentato con Monti per la “partenza a razzo” del suo governo tecnico. Da par sua, invece, il capo del governo ha ribadito che ”c’è la volontà dell’Italia di continuare a giocare il suo ruolo in una alleanza strategica e di valori comuni che condividiamo e difendiamo”. Sulle questioni economiche, invece, Mario Monti ha detto che “sapere che sia gli Usa sia l’Europa sono orientati” a dare maggiore attenzione alla crescita è “importante e dà più peso alla voce dell’Italia in Europa, perché basata sul riconoscimento degli sforzi fatti dall’Italia verso il risanamento”. E in tal senso, il premier ha sottolineato come con Obama c’è intesa sul fatto “che l’Europa debba andare avanti con la strategia per consolidare bilanci” ma anche che “la crescita è un imperativo”. Monti, infine, non ha nascosto che l’appoggio di Obama al suo operato è un’arma in più per uscire dalla crisi: “Oggi il mondo e i mercati vivono di una merce rara che è la credibilità – ha detto Monti – e il sostegno del presidente Usa Obama agli sforzi che l’Italia sta facendo è già di per sè un aiuto concreto”. Bilancio dell’incontro estremamente positivo, quindi, come confermato dall’accoglienza a suon di applausi riservata a Monti e al ministro degli Esteri Giulio Terzi dal personale dell’Ambasciata italiana al ritorno dall’incontro con il presidente degli Stati Uniti d’America.
Barack Obama, che prima di ricevere in visita ufficiale il presidente del Consiglio, ha anticipato, in un’intervista a La Stampa, la sua approvazione all’operato del nuovo governo italiano ribadendo come l’Italia resti un paese cruciale per far uscire dalla crisi l’Europa: ”Sotto la leadership del primo ministro Monti – dichiara il presidente degli Stati Uniti – l’Italia sta adottando passi impressionanti per modernizzare la sua economia, ridurre il proprio deficit attraverso una combinazione di misure su entrate e spese e riposizionando la nazione sul cammino verso la crescita”.
Sul piano economico, Obama condivide la linea del premier italiano: “Sono d’accordo con quanto il primo ministro Monti ha detto. Se l’Europa mette in atto firewall sufficientemente grandi, si riduce la possibilità di doverli usare. Al primo ministro ho intenzione di riferire il il messaggio che ho portato ai miei partner europei in precedenza – spiega Obama – nel caso più recente a Cannes durante il summit del G20: gli Stati Uniti continueranno a fare la loro parte per sostenere gli amici europei nel loro impegno per risolvere la crisi. Voglio solo aggiungere che si tratta di qualcosa che va oltre l’economia. Americani ed europei hanno un profondo legame di amicizia”.
E in tema di politica internazionale il Presidente Usa aggiunge: “L’Italia è uno dei nostri più importanti alleati. Ha avuto un ruolo cruciale e centrale nella forza di assistenza e sicurezza internazionale della Nato in Afghanistan. Siamo grati del sostegno del popolo italiano a questa missione vitale”. A maggio, a Chicago si terrà il summit della Nato e per Obama “sarà un’opportunità per delineare la prossima fase della transizione in Afghanistan. La partnership strategica di lungo termine che l’Italia ha recentemente firmato con l’Afghanistan è un’affermazione forte e benvenuta sull’estensione dell’impegno dell’Italia oltre il 2014″. Quanto all’interesse degli Stati Uniti verso la crisi dell’Eurozona, l’inquilino della Casa Bianca sottolinea che “le nostre fortune economiche sono intrinsecamente legate e le relazioni con l’Europa sono una parte importante dei nostri sforzi per creare posti di lavoro e prosperità negli Stati Uniti”.
Fonte Articolo
Gli States credono in ‘Super Mario‘. Sentire per credere: ‘La relazione tra Italia e Stati Uniti non è mai stata così forte”. Non ha usato mezzi termini il presidente degli States Barack Obama per descrivere l’attuale rapporto con il nostro Paese. E lo ha fatto in un momento dal peso specifico non di poco conto: subito dopo la fine dell’incontro con il presidente del Consiglio Mario Monti, a testimonianza della stima reciproca tra i due. ”Ho piena fiducia nella leadership di Monti e spero possa traghettare l’Italia attraverso questi tempi difficili” ha detto Obama, confermando la sua fiducia sul futuro economico dell’alleato e anche dell’Europa, tanto che – parola del presidente – “gli Stati Uniti faranno tutto il possibile per contribuire a stabilizzare l’euro”. Di fronte a cotanto attestato di stima, il premier italiano ha risposto con dichiarazioni al miele, sottolineando che “l’incoraggiamento del presidente Obama aiuta “il mio governo a continuare sulla strada delle riforme strutturali”.
Obama, poi, ha ringraziato l’Italia per la partecipazione alle sanzioni nei confronti dell’Iran, ha ricordato che “non potremmo aver avuto successo” nell’operazione in Libia “senza il contributo dell’Italia” e si è complimentato con Monti per la “partenza a razzo” del suo governo tecnico. Da par sua, invece, il capo del governo ha ribadito che ”c’è la volontà dell’Italia di continuare a giocare il suo ruolo in una alleanza strategica e di valori comuni che condividiamo e difendiamo”. Sulle questioni economiche, invece, Mario Monti ha detto che “sapere che sia gli Usa sia l’Europa sono orientati” a dare maggiore attenzione alla crescita è “importante e dà più peso alla voce dell’Italia in Europa, perché basata sul riconoscimento degli sforzi fatti dall’Italia verso il risanamento”. E in tal senso, il premier ha sottolineato come con Obama c’è intesa sul fatto “che l’Europa debba andare avanti con la strategia per consolidare bilanci” ma anche che “la crescita è un imperativo”. Monti, infine, non ha nascosto che l’appoggio di Obama al suo operato è un’arma in più per uscire dalla crisi: “Oggi il mondo e i mercati vivono di una merce rara che è la credibilità – ha detto Monti – e il sostegno del presidente Usa Obama agli sforzi che l’Italia sta facendo è già di per sè un aiuto concreto”. Bilancio dell’incontro estremamente positivo, quindi, come confermato dall’accoglienza a suon di applausi riservata a Monti e al ministro degli Esteri Giulio Terzi dal personale dell’Ambasciata italiana al ritorno dall’incontro con il presidente degli Stati Uniti d’America.
Barack Obama, che prima di ricevere in visita ufficiale il presidente del Consiglio, ha anticipato, in un’intervista a La Stampa, la sua approvazione all’operato del nuovo governo italiano ribadendo come l’Italia resti un paese cruciale per far uscire dalla crisi l’Europa: ”Sotto la leadership del primo ministro Monti – dichiara il presidente degli Stati Uniti – l’Italia sta adottando passi impressionanti per modernizzare la sua economia, ridurre il proprio deficit attraverso una combinazione di misure su entrate e spese e riposizionando la nazione sul cammino verso la crescita”.
Sul piano economico, Obama condivide la linea del premier italiano: “Sono d’accordo con quanto il primo ministro Monti ha detto. Se l’Europa mette in atto firewall sufficientemente grandi, si riduce la possibilità di doverli usare. Al primo ministro ho intenzione di riferire il il messaggio che ho portato ai miei partner europei in precedenza – spiega Obama – nel caso più recente a Cannes durante il summit del G20: gli Stati Uniti continueranno a fare la loro parte per sostenere gli amici europei nel loro impegno per risolvere la crisi. Voglio solo aggiungere che si tratta di qualcosa che va oltre l’economia. Americani ed europei hanno un profondo legame di amicizia”.
E in tema di politica internazionale il Presidente Usa aggiunge: “L’Italia è uno dei nostri più importanti alleati. Ha avuto un ruolo cruciale e centrale nella forza di assistenza e sicurezza internazionale della Nato in Afghanistan. Siamo grati del sostegno del popolo italiano a questa missione vitale”. A maggio, a Chicago si terrà il summit della Nato e per Obama “sarà un’opportunità per delineare la prossima fase della transizione in Afghanistan. La partnership strategica di lungo termine che l’Italia ha recentemente firmato con l’Afghanistan è un’affermazione forte e benvenuta sull’estensione dell’impegno dell’Italia oltre il 2014″. Quanto all’interesse degli Stati Uniti verso la crisi dell’Eurozona, l’inquilino della Casa Bianca sottolinea che “le nostre fortune economiche sono intrinsecamente legate e le relazioni con l’Europa sono una parte importante dei nostri sforzi per creare posti di lavoro e prosperità negli Stati Uniti”.
Fonte Articolo
Truffa aggravata per quel volo di Stato “Artifici e i raggiri” dell’ex ministro Calderoli
Secondo i pm di Roma il 19 gennaio 2011, il senatore leghista ha
usufruito di un velivolo della Repubblica italiana per motivi personali:
andare in ospedale a trovare il figlio della compagna. La giunta ha
però respinto l'autorizzazione a procedre. Un no sul quale dovrà
esprimersi palazzo Madama
“Artifici e raggiri” per andare e tornare in giornata da Roma a Cuneo su un aereo di Stato. I pm della Procura di Roma e il Tribunale dei ministri non hanno dubbi: il 19 gennaio 2011, l’allora ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, ha usufruito di un velivolo della Repubblica italiana per motivi del tutto personali: doveva andare in ospedale a trovare il figlio della compagna, ricoverato dopo un incidente stradale. Non solo. Al fine di ottenere l’autorizzazione dalla Presidenza del Consiglio (i ministri non possono usufruire di voli di Stato se non tramite “richiesta altamente motivata”) ha ingannato i funzionari e, di conseguenza, il sottosegretario Gianni Letta. Come? Con “artifici e raggiri”, visto che per motivare la richiesta ha parlato di imprecisati impegni istituzionali. Per questo motivo, l’esponente leghista è indagato con l’accusa di truffa aggravata dai pm capitolini, i quali a fine dicembre hanno inviato una richiesta di autorizzazione a procedere al Tribunale dei ministri.
Che si è mosso in proprio: ha ricevuto una memoria difensiva dall’accusato, ha fatto indagini e alla fine ha dato ragione alla tesi dei pm. Iter d’obbligo: il faldone sull’autorizzazione a procedere è passato alla competente Giunta del Senato. Quest’ultima si è riunita il due febbraio scorso per esaminare la ‘pratica-Calderoli’ e, a maggioranza, ha deciso di respingere la richiesta dei pm e di condividere le motivazioni fornite dall’ex componente del governo Berlusconi. Insomma, gli hanno creduto. Per i componenti della Giunta, infatti, il volo Roma-Cuneo (e ritorno) era motivato da “comprovate e inderogabili esigenze di trasferimento connesse all’esercizio di funzioni istituzionali”, ovvero quanto dichiarato dallo stesso Calderoli pur di ricevere l’autorizzazione.
La richiesta della Procura ora passerà all’aula di Palazzo Madama, che dovrà esprimersi sulla proposta di negare l’autorizzazione a procedere ratificata dalla Giunta. Intanto la questione resta aperta e fa discutere. Non solo per le implicazioni di carattere penale (secondo gli inquirenti il danno per le casse dello Stato ammonta a poco più di diecimila euro), ma anche e soprattutto per il comportamento tenuto da Roberto Calderoli durante tutta la vicenda. Un comportamento ricostruito con dovizia di particolari dagli inquirenti e contenuto nella richiesta di autorizzazione a procedere che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare.
Tutto ha origine da un esposto presentato il 4 aprile 2011 alla Procura della Repubblica di Cuneo da Fabio Biolè, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, che aveva avuto notizia dell’uso improprio del volo di Stato da parte di Calderoli. La denuncia è stata trasmessa per competenza alla Procura di Saluzzo, che a sua volta l’ha girata a quella di Roma per poi finire al Tribunale dei ministri. Che a questo punto ha deciso di indagare, avvalendosi della collaborazione di due agenti di polizia.
Secondo la ricostruzione dei fatti, il 19 gennaio 2011 Calderoli “disceso dall’aereo di Stato atterrato all’aeroporto di Levaldigi, dapprima si è recato a Cuneo, in via […] dove si è incontrato con la signora Gianna Gancia (compagna di Calderoli e presidente della Provincia di Cuneo, ndr). Quindi il Calderoli e la signora Gancia sono entrati in un’abitazione privata, all’interno di un immobile sul cui citofono non sono presenti denominazioni di uffici pubblici. I medesimi, usciti insieme dopo circa un’ora dalla predetta abitazione, si sono recati in ospedale”. “Dopo circa un’ora” Calderoli è uscito per recarsi “nuovamente in aeroporto, dove è salito sullo stesso aereo con il quale era precedentemente atterrato”.
Da questa cronologia della visita ‘istituzionale’, i magistrati traggono una tesi ben precisa: “I predetti elementi di fatto, complessivamente valutati, non integrano esigenze connesse alle funzioni istituzionali del ministro Calderoli, ma evidenziano invece finalità strettamente legate alla vita privata del medesimo”, anche perché “non può attribuirsi rilievo al fatto che il Ministro Calderoli, come affermato nella propria memoria, avesse impegni istituzionali il giorno precedente e nel pomeriggio dello stesso 19 gennaio 2011 (impegni comunque esclusi dalla relazione dell’ispettore capo)”. E sì, perché l’ex ministro della Semplificazione nella sua tesi difensiva aveva cercato di rispedire al mittente le accuse: in un primo momento Calderoli aveva giustificato la necessità del volo di Stato con l’urgenza di far visita in ospedale al figlio della compagna (ricoverato in prognosi riservata per un incidente stradale). Successivamente, però, l’esponente leghista ha modificato versione: era volato a Cuneo su un velivolo della Repubblica perché si è dovuto occupare della situazione finanziaria della Provincia guidata dalla sua compagna e che la sua visita in ospedale era solo una ‘deviazione’ sul programma di lavoro, che prevedeva impegni istituzionali prima e dopo la capatina in ospedale.
A questo punto, a chi gli faceva notare che durante la ‘missione’ non si era recato in nessun ufficio pubblico, Calderoli ha spiegato che le sue funzione politiche le aveva esercitate in un’abitazione privata, giustificando l’utilizzo dell’aereo di Stato perché doveva far rientro immediatamente a Roma per partecipare ai lavori della Commissione sul federalismo. Per gli inquirenti, però, non c’era nessun impegno istituzionale né alcuna riunione di organismi parlamentari. E a chi gli chiedeva perché non avesse raggiunto Torino per prendere un volo di linea e fare rientro a Roma senza gravare sulle casse dello Stato, Calderoli si è giustificato dicendo che da Cuneo al capoluogo piemontese non c’è autostrada e che quindi sarebbe stato problematico salire su un volo per comuni mortali.
Tutte spiegazioni che il Tribunale dei ministri non ha accolto, a differenza di quanto fatto dai membri della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Per i pm, infatti, l’ex ministro ha gabbato i funzionari della Presidenza del Consiglio, giustificando la sua richiesta con “comprovate e inderogabili esigenze di trasferimento connesse all’esercizio di funzioni istituzionali”. E’ proprio questa frase a mettere nei guai Calderoli. “Tale affermazione – hanno scritto i pm – volta ad indurre in errore i funzionari competenti in ordine alla sussistenza dei presupposti per il rilascio dell’autorizzazione all’uso dell’aereo di Stato, era altresì idonea ad orientare la conseguente determinazione”. E infatti i dipendenti della Presidenza del Consiglio hanno creduto alla motivazione della richiesta e “nella certezza della veridicità dell’affermazione, in quanto proveniente da fonte qualificata riconducibile al Ministro (il suo capo di gabinetto, ndr), non hanno richiesto chiarimenti ed hanno concesso l’autorizzazione”. Da qui il capo d’imputazione: truffa aggravata nei confronti dei funzionari statali “perché sussistono gli estremi degli artifici e raggiri idonei ad indurre in errore”. Non sussistono, invece, le accuse di peculato e abuso d’ufficio perché Calderoli, in quanto componente del governo, non aveva diritto al volo di Stato, destinato solo agli spostamenti del presidente della Repubblica, del Consiglio, di Camera e Senato. Anche dei ministri, in realtà, ma solo in presenza di “richiesta altamente motivata”. E non è il caso di Calderoli. Tutto chiaro, tutto documentato. Per molti, tranne che per la maggioranza della Giunta per le autorizzazioni a procedere.
Fonte Articolo
“Artifici e raggiri” per andare e tornare in giornata da Roma a Cuneo su un aereo di Stato. I pm della Procura di Roma e il Tribunale dei ministri non hanno dubbi: il 19 gennaio 2011, l’allora ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, ha usufruito di un velivolo della Repubblica italiana per motivi del tutto personali: doveva andare in ospedale a trovare il figlio della compagna, ricoverato dopo un incidente stradale. Non solo. Al fine di ottenere l’autorizzazione dalla Presidenza del Consiglio (i ministri non possono usufruire di voli di Stato se non tramite “richiesta altamente motivata”) ha ingannato i funzionari e, di conseguenza, il sottosegretario Gianni Letta. Come? Con “artifici e raggiri”, visto che per motivare la richiesta ha parlato di imprecisati impegni istituzionali. Per questo motivo, l’esponente leghista è indagato con l’accusa di truffa aggravata dai pm capitolini, i quali a fine dicembre hanno inviato una richiesta di autorizzazione a procedere al Tribunale dei ministri.
Che si è mosso in proprio: ha ricevuto una memoria difensiva dall’accusato, ha fatto indagini e alla fine ha dato ragione alla tesi dei pm. Iter d’obbligo: il faldone sull’autorizzazione a procedere è passato alla competente Giunta del Senato. Quest’ultima si è riunita il due febbraio scorso per esaminare la ‘pratica-Calderoli’ e, a maggioranza, ha deciso di respingere la richiesta dei pm e di condividere le motivazioni fornite dall’ex componente del governo Berlusconi. Insomma, gli hanno creduto. Per i componenti della Giunta, infatti, il volo Roma-Cuneo (e ritorno) era motivato da “comprovate e inderogabili esigenze di trasferimento connesse all’esercizio di funzioni istituzionali”, ovvero quanto dichiarato dallo stesso Calderoli pur di ricevere l’autorizzazione.
La richiesta della Procura ora passerà all’aula di Palazzo Madama, che dovrà esprimersi sulla proposta di negare l’autorizzazione a procedere ratificata dalla Giunta. Intanto la questione resta aperta e fa discutere. Non solo per le implicazioni di carattere penale (secondo gli inquirenti il danno per le casse dello Stato ammonta a poco più di diecimila euro), ma anche e soprattutto per il comportamento tenuto da Roberto Calderoli durante tutta la vicenda. Un comportamento ricostruito con dovizia di particolari dagli inquirenti e contenuto nella richiesta di autorizzazione a procedere che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare.
Tutto ha origine da un esposto presentato il 4 aprile 2011 alla Procura della Repubblica di Cuneo da Fabio Biolè, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, che aveva avuto notizia dell’uso improprio del volo di Stato da parte di Calderoli. La denuncia è stata trasmessa per competenza alla Procura di Saluzzo, che a sua volta l’ha girata a quella di Roma per poi finire al Tribunale dei ministri. Che a questo punto ha deciso di indagare, avvalendosi della collaborazione di due agenti di polizia.
Secondo la ricostruzione dei fatti, il 19 gennaio 2011 Calderoli “disceso dall’aereo di Stato atterrato all’aeroporto di Levaldigi, dapprima si è recato a Cuneo, in via […] dove si è incontrato con la signora Gianna Gancia (compagna di Calderoli e presidente della Provincia di Cuneo, ndr). Quindi il Calderoli e la signora Gancia sono entrati in un’abitazione privata, all’interno di un immobile sul cui citofono non sono presenti denominazioni di uffici pubblici. I medesimi, usciti insieme dopo circa un’ora dalla predetta abitazione, si sono recati in ospedale”. “Dopo circa un’ora” Calderoli è uscito per recarsi “nuovamente in aeroporto, dove è salito sullo stesso aereo con il quale era precedentemente atterrato”.
Da questa cronologia della visita ‘istituzionale’, i magistrati traggono una tesi ben precisa: “I predetti elementi di fatto, complessivamente valutati, non integrano esigenze connesse alle funzioni istituzionali del ministro Calderoli, ma evidenziano invece finalità strettamente legate alla vita privata del medesimo”, anche perché “non può attribuirsi rilievo al fatto che il Ministro Calderoli, come affermato nella propria memoria, avesse impegni istituzionali il giorno precedente e nel pomeriggio dello stesso 19 gennaio 2011 (impegni comunque esclusi dalla relazione dell’ispettore capo)”. E sì, perché l’ex ministro della Semplificazione nella sua tesi difensiva aveva cercato di rispedire al mittente le accuse: in un primo momento Calderoli aveva giustificato la necessità del volo di Stato con l’urgenza di far visita in ospedale al figlio della compagna (ricoverato in prognosi riservata per un incidente stradale). Successivamente, però, l’esponente leghista ha modificato versione: era volato a Cuneo su un velivolo della Repubblica perché si è dovuto occupare della situazione finanziaria della Provincia guidata dalla sua compagna e che la sua visita in ospedale era solo una ‘deviazione’ sul programma di lavoro, che prevedeva impegni istituzionali prima e dopo la capatina in ospedale.
A questo punto, a chi gli faceva notare che durante la ‘missione’ non si era recato in nessun ufficio pubblico, Calderoli ha spiegato che le sue funzione politiche le aveva esercitate in un’abitazione privata, giustificando l’utilizzo dell’aereo di Stato perché doveva far rientro immediatamente a Roma per partecipare ai lavori della Commissione sul federalismo. Per gli inquirenti, però, non c’era nessun impegno istituzionale né alcuna riunione di organismi parlamentari. E a chi gli chiedeva perché non avesse raggiunto Torino per prendere un volo di linea e fare rientro a Roma senza gravare sulle casse dello Stato, Calderoli si è giustificato dicendo che da Cuneo al capoluogo piemontese non c’è autostrada e che quindi sarebbe stato problematico salire su un volo per comuni mortali.
Tutte spiegazioni che il Tribunale dei ministri non ha accolto, a differenza di quanto fatto dai membri della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Per i pm, infatti, l’ex ministro ha gabbato i funzionari della Presidenza del Consiglio, giustificando la sua richiesta con “comprovate e inderogabili esigenze di trasferimento connesse all’esercizio di funzioni istituzionali”. E’ proprio questa frase a mettere nei guai Calderoli. “Tale affermazione – hanno scritto i pm – volta ad indurre in errore i funzionari competenti in ordine alla sussistenza dei presupposti per il rilascio dell’autorizzazione all’uso dell’aereo di Stato, era altresì idonea ad orientare la conseguente determinazione”. E infatti i dipendenti della Presidenza del Consiglio hanno creduto alla motivazione della richiesta e “nella certezza della veridicità dell’affermazione, in quanto proveniente da fonte qualificata riconducibile al Ministro (il suo capo di gabinetto, ndr), non hanno richiesto chiarimenti ed hanno concesso l’autorizzazione”. Da qui il capo d’imputazione: truffa aggravata nei confronti dei funzionari statali “perché sussistono gli estremi degli artifici e raggiri idonei ad indurre in errore”. Non sussistono, invece, le accuse di peculato e abuso d’ufficio perché Calderoli, in quanto componente del governo, non aveva diritto al volo di Stato, destinato solo agli spostamenti del presidente della Repubblica, del Consiglio, di Camera e Senato. Anche dei ministri, in realtà, ma solo in presenza di “richiesta altamente motivata”. E non è il caso di Calderoli. Tutto chiaro, tutto documentato. Per molti, tranne che per la maggioranza della Giunta per le autorizzazioni a procedere.
Fonte Articolo
venerdì 27 gennaio 2012
Operaio sardo fa abbandonare lo studio a R.Castelli
Etichette:
evasione fiscale,
governo monti,
lega nord,
Michele Santoro,
operai sardi,
pastori sardi,
rivolta forconi,
roberto castelli,
sandro ruotolo,
sardegna,
siliqua,
Zamparini
Iscriviti a:
Post (Atom)








