Il presidente degli Stati Uniti ha incontrato il premier italiano e
ricordato il grande impegno del nostro paese nel sostenere la missione
Nato in Afghanistan e sottolinea come con il nuovo governo "l'Italia
stia adottando passi impressionanti per modernizzare la sua economia e
ridurre il proprio deficit"
Gli States credono in ‘Super Mario‘. Sentire per
credere: ‘La relazione tra Italia e Stati Uniti non è mai stata così
forte”. Non ha usato mezzi termini il presidente degli States Barack Obama
per descrivere l’attuale rapporto con il nostro Paese. E lo ha fatto in
un momento dal peso specifico non di poco conto: subito dopo la fine
dell’incontro con il presidente del Consiglio Mario Monti,
a testimonianza della stima reciproca tra i due. ”Ho piena fiducia
nella leadership di Monti e spero possa traghettare l’Italia attraverso
questi tempi difficili” ha detto Obama, confermando la sua fiducia sul
futuro economico dell’alleato e anche dell’Europa, tanto che – parola
del presidente – “gli Stati Uniti faranno tutto il possibile per
contribuire a stabilizzare l’euro”. Di fronte a cotanto attestato di
stima, il premier italiano ha risposto con dichiarazioni al miele,
sottolineando che “l’incoraggiamento del presidente Obama aiuta “il mio
governo a continuare sulla strada delle riforme strutturali”.
Obama, poi, ha ringraziato l’Italia per la partecipazione alle sanzioni
nei confronti dell’Iran, ha ricordato che “non potremmo aver avuto
successo” nell’operazione in Libia “senza il contributo dell’Italia” e
si è complimentato con Monti per la “partenza a razzo”
del suo governo tecnico. Da par sua, invece, il capo del governo ha
ribadito che ”c’è la volontà dell’Italia di continuare a giocare il suo
ruolo in una alleanza strategica e di valori comuni che condividiamo e
difendiamo”. Sulle questioni economiche, invece, Mario Monti ha detto
che “sapere che sia gli Usa sia l’Europa sono orientati” a dare maggiore
attenzione alla crescita è “importante e dà più peso alla voce
dell’Italia in Europa, perché basata sul riconoscimento degli sforzi
fatti dall’Italia verso il risanamento”. E in tal senso, il premier ha
sottolineato come con Obama c’è intesa sul fatto “che l’Europa debba
andare avanti con la strategia per consolidare bilanci” ma anche che “la
crescita è un imperativo”. Monti, infine, non ha nascosto che
l’appoggio di Obama al suo operato è un’arma in più per uscire dalla
crisi: “Oggi il mondo e i mercati vivono di una merce rara che è la
credibilità – ha detto Monti – e il sostegno del presidente Usa Obama agli
sforzi che l’Italia sta facendo è già di per sè un aiuto concreto”.
Bilancio dell’incontro estremamente positivo, quindi, come confermato
dall’accoglienza a suon di applausi riservata a Monti e al ministro
degli Esteri Giulio Terzi dal personale dell’Ambasciata italiana al ritorno dall’incontro con il presidente degli Stati Uniti d’America.
Barack Obama, che prima di ricevere in visita ufficiale il presidente del Consiglio, ha anticipato, in un’intervista a La Stampa,
la sua approvazione all’operato del nuovo governo italiano ribadendo
come l’Italia resti un paese cruciale per far uscire dalla crisi
l’Europa: ”Sotto la leadership del primo ministro Monti – dichiara il
presidente degli Stati Uniti – l’Italia sta adottando passi impressionanti per modernizzare
la sua economia, ridurre il proprio deficit attraverso una combinazione
di misure su entrate e spese e riposizionando la nazione sul cammino
verso la crescita”.
Sul piano economico, Obama condivide la linea del premier italiano:
“Sono d’accordo con quanto il primo ministro Monti ha detto. Se l’Europa
mette in atto firewall sufficientemente grandi, si riduce la
possibilità di doverli usare. Al primo ministro ho intenzione di
riferire il il messaggio che ho portato ai miei partner europei in
precedenza – spiega Obama – nel caso più recente a Cannes durante il
summit del G20: gli Stati Uniti continueranno a fare la
loro parte per sostenere gli amici europei nel loro impegno per
risolvere la crisi. Voglio solo aggiungere che si tratta di qualcosa che
va oltre l’economia. Americani ed europei hanno un profondo legame di
amicizia”.
E in tema di politica internazionale il Presidente Usa aggiunge:
“L’Italia è uno dei nostri più importanti alleati. Ha avuto un ruolo
cruciale e centrale nella forza di assistenza e sicurezza internazionale
della Nato in Afghanistan. Siamo grati del sostegno del popolo italiano a questa missione vitale”. A maggio, a Chicago si terrà il summit della Nato
e per Obama “sarà un’opportunità per delineare la prossima fase della
transizione in Afghanistan. La partnership strategica di lungo termine
che l’Italia ha recentemente firmato con l’Afghanistan è un’affermazione
forte e benvenuta sull’estensione dell’impegno dell’Italia oltre il
2014″. Quanto all’interesse degli Stati Uniti verso la crisi dell’Eurozona,
l’inquilino della Casa Bianca sottolinea che “le nostre fortune
economiche sono intrinsecamente legate e le relazioni con l’Europa sono
una parte importante dei nostri sforzi per creare posti di lavoro e
prosperità negli Stati Uniti”.
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venerdì 10 febbraio 2012
venerdì 2 dicembre 2011
Quel piccolo villaggio di irriducibili... islandesi!
Il fallimento delle banche non è necessariamente la fine del mondo. Dove esiste ancora una sovranità monetaria, le banche private sono una cosa, lo Stato un'altra. Gli unici che hanno avuto il coraggio di dirlo forte sono stati gli islandesi che, alla proposta di ripianare con l'austerity i debiti conseguenti al fallimento della banca Landsbanki, legato ai depositi IceSave, si sono opposti con ben due referendum. Nel primo, i "no" hanno superato addirittura il 93%. Percentuali bulgare. Significa che quando la gente può esprimersi, quel "fate presto!" del Sole24Ore e la sobrietà di quel Mario Monti del Corriere della Sera diventano cortesi ma irremovibili rifiuti. Per questo i banchieri hanno impedito a Papandreou di fare lo stesso referendum in Grecia e si sono affrettati a piazzare al suo posto Lucas Papademos, un collega di Monti. In Europa, come dice Farage, i referendum devono avere solo due risposte: "Sì", e "Sì, ve ne prego!".
Nei depositi IceSave avevano investito soprattutto olandesi e britannici. Quasi 4 miliardi di euro di perdite. Gli islandesi però si sono rifiutati di pagare, stabilendo il principio che la responsabilità non è dello Stato ma di una banca che, anche se nazionale, è privata esattamente come la Banca d'Italia.
Il Presidente islandese ha dichiarato che "la Costituzione islandese è basata sul principio fondamentale che il popolo è sovrano. E' responsabilità del presidente far sì che la volontà del popolo prevalga". In due parole, ecco spiegato il senso profondo della parola "referendum". Quello che alla Grecia è stato negato e che in Italia non c'è stato neppure bisogno di negare: la volontà popolare è stata di proposito ignorata, tra gli applausi delle scimmie ammaestrate e del popolo servo, sempre in cerca di un nuovo padrone.
L'Islanda ha 320 mila abitanti. Qualcuno dice che sono troppo pochi e non fanno testo. Ma se riescono, così in pochi, ad opporsi ad interessi così grandi, cosa potrebbero fare sessanta milioni di persone tutte insieme? Immagino un mondo dove le piazze si riempiono e i banchieri, gli speculatori e finanzieri che fanno girare capitali inesistenti sulle roulette russe delle borse - superiori di un fattore 10 a quelli reali - indebitando i popoli, siano costretti a farsi da parte e a lasciare spazio a chi ha una nuova teoria sulla distribuzione della ricchezza, sull'etica del denaro e un rispetto diverso del concetto di sovranità popolare. Non possono essere un manipolo di tecnici pervertiti a imporre a 7 miliardi di persone un modello di società che premia solo se stessi.
Perché l'Islanda lo ha capito? Perché il popolo di un'isola del nord Europa ha dimostrato di essere coeso e informato? Sarebbe interessante andare a scoprirlo. Certo è che in Islanda ogni 100 famiglie, 87 sono connesse a banda larga. E il Parlamento islandese ha ratificato, nel luglio 2010, una risoluzione che dà all'informazione online ospitata sull'isola lo status di immunità totale: chi querela un blogger non solo perde per legge, ma viene controquerelato dallo Stato automaticamente. La risoluzione si chiama IMMI (Icelandic Modern Media Initiative). Perchè il sale dell'informazione è il dibattito, il confronto tra posizioni diverse, anche estreme. Non la censura e la querela come arma di intimidazione. E tutto questo accadeva mentre noi perdevamo tempo con il DDL Intercettazioni, immersi nel medioevo della comunicazione. Sarà per questo che la nuova Costituzione islandese, appena riscritta, è stata partorita proprio sulla Rete, in maniera condivisa? Qui da noi è fantascienza. Ma certo, noi siamo italiani, siamo un popolo di navigatori, di inventori, di allenatori, mica siamo pescatori di balene, noi.
Ho tradotto per voi un articolo del 28 novembre scorso di Ambrose Evans-Pritchard, international business editor esperto di economia del Daily Telegraph.
ALLA FINE HA VINTO L'ISLANDA
Come una piccola isola è andata controcorrente, smentendo tutte le iatture degli economistiL'OCSE è andata molto vicino a predire una depressione per l'Europa, a meno che i leader europei non riescano a inventarsi un "prestatore di ultima istanza" molto rapidamente, facendo in qualche modo credere al mondo che il fondo di salvataggio EFSF esista davvero.
Anche se il disastro finale sarà evitato, le previsioni di crescita dell'eurozona sono terribili. Italia, Portogallo e Grecia subiranno tutte una contrazione nel 2012 mentre Spagna, Francia, Olanda e Germania raschieranno il fondo del barile.
La disoccupazione raggiungerà il 18.5% in Grecia, il 22.9% in Spagna, il 14.1% in Irlanda e il 13.8% in Portogallo. Invece l'Islanda si distingue, con una crescita del 2.4% e una disoccupazione al 6,1%. Bene, benissimo!
Ecco i dati OCSE:
Insomma, la politica islandese di drastica svalutazione e il controllo sui capitali non ha dimostrato di essere quel disastro che molti avevano predetto. Il suo rifiuto di accettare quel fardello pesante pieno zeppo delle perdite delle banche private non ha trasformato il paese in un lebbrosario.
L'Islanda ha tenuto insieme il suo tessuto sociale. Se l'Islanda fosse stata nell'eurozona, sarebbe stata costretta a perseguire le stesse politiche reazionarie di svalutazione interna e di deflazione del debito che oggi sono inflitte alle masse di disoccupati lungo tutto l'arco della depressione.
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martedì 29 novembre 2011
Crunch, crunch
C'è un mostro che si aggira per le banche. Ha chele potentissime in gradi di stritolare qualunque società. Crunch, crunch. Assorbe denaro come un magnete e non lo restituisce se non a carissimo prezzo. E' il Credit Crunch. Una parola che diventerà familiare come lo spread. Credit Crunch significa che non si fa credito a nessuno, che la liquidità in circolazione sta diventando come l'acqua nel deserto. Il fido bancario che copriva i costi di gestione delle aziende in attesa dei pagamenti da parte dei clienti è diventato un miraggio. L'azienda deve anticipare gli stipendi, l'Iva, le tasse sul presunto reddito del prossimo anno e ogni forma di commodity. Finché i soci o gli azionisti riescono a mettere mano al portafoglio regge, poi schianta.
Le banche hanno spesso più debiti che soldi e i debiti non si possono prestare. Si possono però mettere sul mercato sotto forma di bond. Il gioco funziona sino a quando i bond bancari venduti e rimborsati si equivalgono. Poi può saltare il banco. Le banche europee hanno venduto 413 miliardi di dollari di bond nel 2011. Hanno dovuto rimborsare 654 miliardi in scadenza. E' rimasto un cratere di 241 miliardi di dollari di mancanza di disponibilità (*). Le banche non sono più in grado di comprare titoli pubblici per salvare gli Stati e non riescono neppure a vendere i loro titoli.
Falliranno prima gli Stati o le banche? O entrambi? Nel frattempo muoiono le aziende a decine di migliaia per mancanza di ossigeno. Il debito aziendale è una catena di Sant'Antonio. La prima azienda della catena che va in asfissia finanziaria strangola la seconda che a sua volta strangola la terza e così via. Lo Stato chiede anticipi, le banche negano prestiti o li concedono a tassi usurai o ipotecando la azienda. Ma se muoiono le aziende chi pagherà i costi enormi della macchina dello Stato e gli stipendi dei bancari? Il debito non si mangia.
Negli scorsi anni sono stati concessi mutui a tasso variabile per le abitazioni anche al 90% del capitale. Moltissime famiglie che li hanno contratti non sono più in grado di pagarli. Le case vanno all'asta o alle banche. Chi abiterà queste case? Un'obbligazione bancaria, un titolo azionario? E gli sfrattati che hanno perso, oltre all'appartamento, la quota di capitale versata che fine faranno? Al Credit Crunch non si può reagire con la Taxation Crunch come si appresta a fare il Governo. Ogni organismo ha il suo punto di collasso e l'Itala ha già una forte tachicardia. E' necessaria una moratoria per i mutui delle prime case, l'abolizione immediata dell'anticipo dell'Iva e della tassazione sul reddito presunto delle aziende sull'anno successivo. L'Italia ha bisogno di respirare. Loro non molleranno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.
(*) fonte Dealogic/Ft
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lunedì 26 settembre 2011
Berlusconi: «Sono più popolare di Obama». Ecco cosa abbiamo scoperto…
Come sicuramente ricorderete, qualche
settimana fa a Napoli, il premier Berlusconi illustrava ai giornalisti
presenti all’uscita del Teatro San Carlo di Napoli il suo indice di
popolarità: «I sondaggi che ho io mi danno il 75,1% di
consensi, mentre Obama è al 59%. Quindi il mio è un record assoluto»
(Per intenderci, si parla di popolarità e apprezzamento dei leader
politici nei rispettivi paesi e non di intenzioni di voto). “Il Giornale” qualche
giorno prima titolava infatti: «Sondaggi Il Cavaliere è il leader più
amato al mondo». Meno interessanti per le tv italiane sono stati i
fischi di diversi manifestanti lì riuniti, mostrati solo in alcuni
filmati pubblicati sul web. Ora, nessuno mette in dubbio che tanti
italiani apprezzino l’operato del premier, ma è quantomeno legittimo
chiedersi dove sono quei sondaggi e chi li ha fatti. E’ come se quei
numeri fossero caduti dal cielo o fossero stati trovati sotto ad un
arcobaleno. Che si tratti veramente di sondaggi di sua proprietà o di
una società del suo gruppo e quindi, quantomeno opinabili? Non ci è dato
saperlo. Quello che è certo è che i media italiani non si sono
preoccupati troppo di verificare questo dato, limitandosi – come al
solito – a riportare solamente le parole del premier e a farle
commentare dai suoi adulatori e dai suoi oppositori. Ma noi abbiamo
voluto verificare, e siamo andati a cercare dei sondaggi internazionali,
svolti cioè in paesi avanzati e dall’informazione non “parzialmente libera” come recentemente è stata classificata quella italiana, per vedere se realmente Berlusconi è il “più amato”.
Tra gli istituti leader mondiali nella sondaggistica c’è senza dubbio la Harris Interactive.
Vi proponiamo dunque un recente sondaggio di questo istituto di
ricerca. E’ un sondaggio che misura la popolarità dei più importanti
leader mondiali, commissionato a Harris Interactive dall’emittente
televisiva francese France 24 e dall’International Herald Tribune,
quotidiano venduto in più di 180 paesi. Il sondaggio, che
successivamente è stato pubblicato anche su altri autorevoli quotidiani,
è stato effettuato su un campione di 6.538 persone (età 16-64) in
Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti e in Italia, tra
il 25 febbraio e il 3 marzo. Ecco dunque gli indici di popolarità dei
principali leader mondiali (media dei sei paesi):
1. Obama 80%
2. Dalai Lama 74%
3. Merkel 51%
4. Blair 48%
5. Sarkozy 40%
6. Ratzinger (Papa Benedetto XVI) 39%
7. Brown 36%
8. Zapatero 35%
9. Ban Ki-Moon 33%
10. Barroso 30%
11. Lula 25%
12. Berlusconi 17%
13. Fidel Castro 16%
14. Putin 16%
15. Chavez 14%
16. Mednev 10%
17. Hu Hintao 9%
18. Al-Assad (Siria) 8%
19. Ahmadinejad 6%
«Obama è di gran lunga il leader più popolare in Europa e negli Stati Uniti. Nessun altro leader al mondo può vantare una popolarità minimamente paragonabile alla sua».
Non pare ci siano dubbi: Obama è “di gran lunga” (“by far”) il più
popolare al mondo. Per la Harris Interactive la differenza di popolarità
tra Obama e Berlusconi è veramente abissale e incolmabile: 80% di apprezzamento per Obama contro solo il 17% per Berlusconi. Obama è primo, Berlusconi solo dodicesimo su diciannove.
Continua il documento di Harris Interactive:
Continua il documento di Harris Interactive:
«A livello europeo, la Merkel è la più popolare e Berlusconi il meno popolare».
La Merkel infatti, con il suo 51% di apprezzamento, vanta ben 34 punti
percentuali in più di Berlusconi. E’ interessante inoltre notare come a
livello internazionale i politici meno “amati” di Berlusconi siano
soltanto dittatori o figure controverse: Fidel Castro,
Putin, Chavez, Mednev, Hu Hintao, Al-Assad e Ahmedinejad. Berlusconi ha
solo un punto di gradimento in più di Fidel Castro. Dal sondaggio emerge
anche un altro dato interessante: il gradimento di Berlusconi è buono
tra i telespettatori-elettori italiani (38%) ma decisamente più
inferiore in Europa e negli Stati Uniti: 16% negli U.S.A. e in Spagna,
13% in Inghilterra, 12% in Germania e addirittura solo il 7% in Francia.
Infatti, tra tutti i leader occidentali, Berlusconi è quello con la più
grande differenza tra la popolarità interna (38%) e quella media tra i
sei paesi (17%), ben 21 punti percentuali di differenza. E’ lecito
concludere, anche se ognuno può trarre le sue conclusioni, che
probabilmente il possesso di molti media italiani
giochi fortemente a suo favore nel mantenere i suoi consensi elevati.
Difatti la Harris International non lascia spazio a dubbi, scrivendo
chiaramente:
«La grande differenza tra la popolarità del Primo Ministro Berlusconi in Italia rispetto agli altri paesi è sicuramente il riflesso del suo controllo sulla gran parte dei media italiani».
Analizzando solo il campione statunitense, il gradimento di Berlusconi
da novembre a aprile è diminuito di 4 punti (dal 20 al 16%), forse per
via della tanto criticata dichiarazione infelice riguardo al colore
della pelle di Obama. Ma il gradimento di Berlusconi da novembre a
aprile è diminuito in tutti i campioni parziali: in Gran Bretagna dal 16
al 13% (forse per aver fatto innervosire l’autorevole regina
d’Inghilterra); in Spagna dal 20 al 16%; in Germania dal 14 al 12%
(forse per via della gaffe fatta con la Merkel); in Francia dal 9 al 7%.
Appare dunque opinabile anche un’altra frase spesso pubblicizzata su
diversi giornali della famiglia Berlsuconi, secondo i quali «Con
Berlusconi, l’apprezzamento del nostro paese all’estero è aumentato». I dati della Harris Interactive dimostrano il contrario: Berlusconi all’estero gode di una popolarità decisamente bassa. Persino
in Italia, dove è noto il potere mediatico del premier, la sua
popolarità è diminuita dal 43 al 38%. Sarebbe interessante conoscere la
sua percentuale di popolarità in Finlandia, dove un partito candidato
alle europee ha perfino lanciato uno slogan inequivocabile: «votateci,
fermeremo Berlusconi».
Visto che da anni in Italia i sondaggi hanno assunto una discreta importanza, ci auguriamo che in futuro ne venga fatto un uso più appropriato, più corretto e non meramente propagandistico. Se lo scopo non è quello di fare campagna elettorale ma di fare informazione (vera), allora andrebbero diffusi non solo i sondaggi “privati” o di istituti di ricerca in qualche modo collegati a Berlusconi o a gruppi politici e industriali italiani, ma anche quelli di importanti e indipendenti compagnie internazionali, in quanto assolutamente non sospettabili di mancanza di professionalità o vera e propria faziosità.
Visto che da anni in Italia i sondaggi hanno assunto una discreta importanza, ci auguriamo che in futuro ne venga fatto un uso più appropriato, più corretto e non meramente propagandistico. Se lo scopo non è quello di fare campagna elettorale ma di fare informazione (vera), allora andrebbero diffusi non solo i sondaggi “privati” o di istituti di ricerca in qualche modo collegati a Berlusconi o a gruppi politici e industriali italiani, ma anche quelli di importanti e indipendenti compagnie internazionali, in quanto assolutamente non sospettabili di mancanza di professionalità o vera e propria faziosità.
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sabato 17 settembre 2011
Nucleare mai così insicuro Nel 2011 il declino dell'atomo
IN pochi mesi l'immagine del nucleare sicuro, che decenni di battage
pubblicitario avevano presentato come un picco della nostra capacità
tecnologica di dominio sulla natura, si è mutata nel suo opposto. Il
2011 è l'anno dell'insicurezza nucleare. A marzo, assieme al disastro di
Fukushima, è andata in pezzi la credibilità di uno dei tre paesi leader
della fissione. Adesso l'allarme arriva alle porte dell'Italia, nella
Francia che ha puntato tutto sull'atomo e si trova di fronte a
difficoltà crescenti in un'Europa in cui la Germania guida il salto
verso l'energia da fonti rinnovabili.
Il bilancio dell'esplosione nel sito nucleare di Marcoule è ancora incerto. La protezione civile si è subito allertata per timore di una fuga radioattiva, poi smentita. Il comunicato dell'autorità francese per la sicurezza nucleare parla di un morto e di 4 feriti nell'incidente: si spera che la situazione non si aggravi.
Quello che è certo è che il mito della sicurezza nucleare, che nel 1986 aveva indotto Parigi a oscurare le notizie sulla nube radioattiva proveniente da Cernobyl, non esiste più. L'elenco degli incidenti registrati negli ultimi anni è un flusso preoccupante e, con poco più di 400 reattori in funzione, ci sono stati 3 casi di fusione del nocciolo in 32 anni (Three Mile Island nel 1979, Cernobyl nel 1986, Fukushima nel 2011).
Questa situazione, ben diversa da quella dipinta nelle previsioni ufficiali, spiega il cambiamento sempre più netto dell'opinione pubblica, un cambiamento misurabile anche osservando episodi apparentemente minori. Ad esempio l'incidente del 2008 all'impianto di Tricastin (una banale operazione di pulizia di una vasca aveva causato la fuoriuscita di 30 mila litri di acqua radioattiva che si era riversata nei fiumi vicini), ha indotto i viticoltori a una battaglia legale durata due anni per cambiare denominazione al doc della zona, invendibile finché associato a un luogo che era stato contaminato.
Anche i mercati hanno messo il timbro sul declino nucleare. Al di là della scivolata del titolo Edf alla notizia dell'esplosione a Marcoule (meno 6 per cento), la percezione della misura del rischio legato al ciclo del nucleare ha cambiato la convenienza degli investimenti sull'atomo. La capacità elettrica del nucleare, a livello globale, è in discesa.
E il colosso francese del nucleare, Areva, l'anno scorso è stato declassato da Standard and Poor's passando da A a BBB: aveva perso un buon numero di gare per la costruzione di impianti all'estero e si era intrappolato in un contenzioso legale da più di un miliardo di euro per i ritardi nella costruzione del reattore di Olkiluoto, il primo di una serie annunciata come la base del rilancio nucleare. La ciambella di salvataggio lanciata da Berlusconi con la decisione di acquistare 4 centrali era risultata un elemento troppo isolato per modificare il giudizio di fondo.
Ora l'infinito inanellarsi di incidenti spinge a concentrare l'attenzione sullo smantellamento: il governo britannico nel 2007 ha valutato in 125 miliardi di euro il costo del decommisioning del suo obsoleto parco nucleare. Da questo punto di vista l'Italia appare fortunata perché il suo carico di centrali da rottamare è molto ridotto. Può approfittarne per investire le risorse disponibili verso l'energia pulita destinata a dominare i prossimi decenni.
Fonte Articolo
Il bilancio dell'esplosione nel sito nucleare di Marcoule è ancora incerto. La protezione civile si è subito allertata per timore di una fuga radioattiva, poi smentita. Il comunicato dell'autorità francese per la sicurezza nucleare parla di un morto e di 4 feriti nell'incidente: si spera che la situazione non si aggravi.
Quello che è certo è che il mito della sicurezza nucleare, che nel 1986 aveva indotto Parigi a oscurare le notizie sulla nube radioattiva proveniente da Cernobyl, non esiste più. L'elenco degli incidenti registrati negli ultimi anni è un flusso preoccupante e, con poco più di 400 reattori in funzione, ci sono stati 3 casi di fusione del nocciolo in 32 anni (Three Mile Island nel 1979, Cernobyl nel 1986, Fukushima nel 2011).
Questa situazione, ben diversa da quella dipinta nelle previsioni ufficiali, spiega il cambiamento sempre più netto dell'opinione pubblica, un cambiamento misurabile anche osservando episodi apparentemente minori. Ad esempio l'incidente del 2008 all'impianto di Tricastin (una banale operazione di pulizia di una vasca aveva causato la fuoriuscita di 30 mila litri di acqua radioattiva che si era riversata nei fiumi vicini), ha indotto i viticoltori a una battaglia legale durata due anni per cambiare denominazione al doc della zona, invendibile finché associato a un luogo che era stato contaminato.
Anche i mercati hanno messo il timbro sul declino nucleare. Al di là della scivolata del titolo Edf alla notizia dell'esplosione a Marcoule (meno 6 per cento), la percezione della misura del rischio legato al ciclo del nucleare ha cambiato la convenienza degli investimenti sull'atomo. La capacità elettrica del nucleare, a livello globale, è in discesa.
E il colosso francese del nucleare, Areva, l'anno scorso è stato declassato da Standard and Poor's passando da A a BBB: aveva perso un buon numero di gare per la costruzione di impianti all'estero e si era intrappolato in un contenzioso legale da più di un miliardo di euro per i ritardi nella costruzione del reattore di Olkiluoto, il primo di una serie annunciata come la base del rilancio nucleare. La ciambella di salvataggio lanciata da Berlusconi con la decisione di acquistare 4 centrali era risultata un elemento troppo isolato per modificare il giudizio di fondo.
Ora l'infinito inanellarsi di incidenti spinge a concentrare l'attenzione sullo smantellamento: il governo britannico nel 2007 ha valutato in 125 miliardi di euro il costo del decommisioning del suo obsoleto parco nucleare. Da questo punto di vista l'Italia appare fortunata perché il suo carico di centrali da rottamare è molto ridotto. Può approfittarne per investire le risorse disponibili verso l'energia pulita destinata a dominare i prossimi decenni.
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