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sabato 17 settembre 2011

Nucleare mai così insicuro Nel 2011 il declino dell'atomo

IN pochi mesi l'immagine del nucleare sicuro, che decenni di battage pubblicitario avevano presentato come un picco della nostra capacità tecnologica di dominio sulla natura, si è mutata nel suo opposto. Il 2011 è l'anno dell'insicurezza nucleare. A marzo, assieme al disastro di Fukushima, è andata in pezzi la credibilità di uno dei tre paesi leader della fissione. Adesso l'allarme arriva alle porte dell'Italia, nella Francia che ha puntato tutto sull'atomo e si trova di fronte a difficoltà crescenti in un'Europa in cui la Germania guida il salto verso l'energia da fonti rinnovabili.

Il bilancio dell'esplosione nel sito nucleare di Marcoule è ancora incerto. La protezione civile si è subito allertata per timore di una fuga radioattiva, poi smentita. Il comunicato dell'autorità francese per la sicurezza nucleare parla di un morto e di 4 feriti nell'incidente: si spera che la situazione non si aggravi.
Quello che è certo è che il mito della sicurezza nucleare, che nel 1986 aveva indotto Parigi a oscurare le notizie sulla nube radioattiva proveniente da Cernobyl, non esiste più. L'elenco degli incidenti registrati negli ultimi anni è un flusso preoccupante e, con poco più di 400 reattori in funzione, ci sono stati 3 casi di fusione del nocciolo in 32 anni (Three Mile Island nel 1979, Cernobyl nel 1986, Fukushima nel 2011).

Questa situazione, ben diversa da quella dipinta nelle previsioni ufficiali, spiega il cambiamento sempre più netto dell'opinione pubblica, un cambiamento misurabile anche osservando episodi apparentemente minori. Ad esempio l'incidente del 2008 all'impianto di Tricastin (una banale operazione di pulizia di una vasca aveva causato la fuoriuscita di 30 mila litri di acqua radioattiva che si era riversata nei fiumi vicini), ha indotto i viticoltori a una battaglia legale durata due anni per cambiare denominazione al doc della zona, invendibile finché associato a un luogo che era stato contaminato.

Anche i mercati hanno messo il timbro sul declino nucleare. Al di là della scivolata del titolo Edf alla notizia dell'esplosione a Marcoule (meno 6 per cento), la percezione della misura del rischio legato al ciclo del nucleare ha cambiato la convenienza degli investimenti sull'atomo. La capacità elettrica del nucleare, a livello globale, è in discesa.

E il colosso francese del nucleare, Areva, l'anno scorso è stato declassato da Standard and Poor's passando da A a BBB: aveva perso un buon numero di gare per la costruzione di impianti all'estero e si era intrappolato in un contenzioso legale da più di un miliardo di euro per i ritardi nella costruzione del reattore di Olkiluoto, il primo di una serie annunciata come la base del rilancio nucleare. La ciambella di salvataggio lanciata da Berlusconi con la decisione di acquistare 4 centrali era risultata un elemento troppo isolato per modificare il giudizio di fondo.
Ora l'infinito inanellarsi di incidenti spinge a concentrare l'attenzione sullo smantellamento: il governo britannico nel 2007 ha valutato in 125 miliardi di euro il costo del decommisioning del suo obsoleto parco nucleare. Da questo punto di vista l'Italia appare fortunata perché il suo carico di centrali da rottamare è molto ridotto. Può approfittarne per investire le risorse disponibili verso l'energia pulita destinata a dominare i prossimi decenni.

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venerdì 2 settembre 2011

Google aiuta i suoi dipendenti per una mobilità sostenibile

Google ha pubblicato questo interessante video che racconta i risultati del suo “transportation program“. Il colosso americano aiuta in tutti i modi possibili i suoi dipendenti ad arrivare sul posto di lavoro senza utilizzare il proprio mezzo privato (ed inquinante). Si punta su speciali autobus che portano i lavoratori di Google da San Francisco a Mountain View: ogni bus è localizzabile via GPS e gli utenti possono richiederne speciali fermate con il loro laptop o smartphone. Non solo, sono tanti i lavoratori che scelgono i percorsi ciclabili per arrivare al lavoro e tutti i bus consentono il trasporto delle biciclette se dopo il lavoro anche il più incallito ciclista preferisce evitarsi una pedalata.
Anche all’interno del campus ci si muove con speciali biciclette liberamente a disposizione di tutti e pensate appositamente per brevi spostamenti, senza dimenticare le postazioni di ricarica per le auto elettriche. Dal 2006 ad oggi Google ha ottenuto il risultato straordinario di riuscire a far muovere il 40% dei suoi dipendenti in maniera alternativa rispetto all’automobile privata. Sono 5400 tonnellate di CO2 in meno rilasciate nell’atmosfera, un ottimo lavoro.

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giovedì 1 settembre 2011

Veleni dagli scarichi delle asciugatrici, colpa dei detersivi

Il fresco profumo di pulito emesso dalle asciugatrici nasconde veleni e sostanze inquinanti. La scoperta è da attribuire ad uno studio che ha individuato nei detersivi e nei fogli profumati che vengono aggiunti al bucato all’interno delle asciugatrici. Gli scarichi di questi elettrodomestici non erano stati mai monitorati, ma è bastato fare una semplice prova per rilevare 25 composti organici volatili di cui sette inquinanti pericolosi.
In particolare due di queste sostanze volatili, acetaldeide e benzene, sono state classificate dall’agenzia per la protezione ambientale americana come cancerogene, con annessi limiti per il livello di esposizione. Come spiega Anne Steinemann, professore di ingegneria civile e ambientale e degli affari pubblici presso l’Università di Washington:
Questi prodotti possono avere effetti non solo sulla salute personale, ma anche sulla salute pubblica e dell’ambiente. Le sostanze chimiche possono liberarsi nell’aria e negli scarichi dell’acqua. Concentriamo molta attenzione su come ridurre le emissioni di sostanze inquinamenti dalle automobile, ma anche questa è una fonte di inquinanti che potrebbe essere ridotta.
Tutto questo senza considerare come le asciugatrici siano elettrodomestici (ad elevati consumi energetici) dei quali si potrebbe tranquillamente fare a meno, soprattutto in un paese come il nostro nel quale il sole per asciugare “naturalmente” il bucato non manca.

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mercoledì 31 agosto 2011

Giù le mani dal Canale di Sicilia, il report di Greenpeace

Il Canale di Sicilia è ancora una volta nel mirino della compagnia petrolifera australiana Audax, già nota alle cronache per il suo interesse a scandagliare i fondali del mare a sud dell’isola. Greenpeace, naturalmente, non ci sta e ha confezionato uno speciale report dal titolo “Le mani sul tesoro” che mostra con dovizia di particolari i risultati di un’esplorazione della zona nella quale sono richieste le autorizzazioni per la ricerca del greggio.
La straordinaria biodiversità e la fondamentale importanza di quel tratto di mare hanno convinto Greenpeace a ribadire la necessità dell’istituzione di una riserva marina che lo tuteli da qualsiasi tipo di sfruttamento. Le immagini sono eloquenti, le potete vedere voi stessi, grazie al lavoro della Rainbow Warrior che ha effettuato una ricognizione nei banchi di Skerki, Talbot, Avventura e Pantelleria, alcuni fra quelli interessati nell’area oggetto delle richieste d’autorizzazioni che Greenpeace chiede vengano bloccate dal ministro Prestigiacomo.
Qui il report in pdf.

Biodiversità nel Canale di Sicilia


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martedì 30 agosto 2011

Wikileaks: La Cina nasconde i dati sull'inquinamento

Secondo gli ultimi documenti rilasciati da Wikileaks la Cina nasconderebbe i dati sull’inquinamento atmosferico. La rivelazione proviene dall’ultimo aggiornamento del portale dell’organizzazione internazionale no profit che, ormai lontana dal clamore dei media tradizionali, continua a diffondere i “cable” interni della diplomazia americana. L’ambasciata statunitense a Guangzhou riferiva, in una comunicazione interna, che la Cina non misurerebbe l’inquinamento da Pm 2.5 per “timore delle conseguenze politiche“.
Non una semplice contraffazione dei dati, ma la decisione di evitare l’avvio di un programma di monitoraggio e, in caso contrario, l’indicazione di non diffonderne le risultanze. Un esempio? Nel distretto industriale di Guangdong i livelli di Pm 2.5 nel 2006 erano fra 5 e 10 volte superiori a quelli raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma questi dati non vennero mai diffusi pubblicamente e rimanere nella cerchia di pochi ricercatori e politici.
In un documento datato 19 settembre 2006 si legge:
Academics and research scientists in Guangdong, who are increasingly concerned about the region’s serious air pollution, but feel pressured to tone down their comments lest they face cuts in research funding … Scientists acknowledge that lack of transparency for existing air pollution data is a major problem both for research and policy making.
Il problema dell’inquinamento veniva dunque insabbiato e nascosto, nonostante le preoccupazioni dei pochi a conoscenza di quei numeri.

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giovedì 4 agosto 2011

Mangiare e non inquinare ecco il menu a impatto zero

DALLA LISTA per il supermercato cancellate, nell'ordine: costolette d'agnello, bistecca e hamburger, mozzarella e parmigiano, prosciutto e salmone (almeno quello che i portafogli normali si possono permettere: d'allevamento). Scrivete, invece: tacchino, pollo, tonno, uova. Questo, almeno, se avete a cuore il problema dell'effetto serra e le sorti del pianeta.

L'elenco, infatti, non ha nulla a che vedere con le meraviglie della dieta mediterranea (che sono, comunque, un beneficio collaterale) ed è stilato in base alle emissioni di anidride carbonica dei relativi allevamenti. È la "Guida del carnivoro al cambiamento climatico", preparata dall'Environmental Working Group, un'organizzazione ambientalista americana, sommando le emissioni nell'intera fase produttiva della carne: dal mangime al trasporto al supermercato.

Pecore, bovini (nella doppia veste di fettine e derivati del latte), maiali e salmoni hanno un impatto climatico superiore a quello dei polli. Nutrirli, allevarli, macellarli e venderli richiede pesticidi, fertilizzanti chimici, combustibile, mangimi e acqua.

Per agnelli, manzi e vacche, tutti ruminanti, bisogna anche aggiungere il metano che producono sia la loro digestione che il letame. Il metano è un gas serra più potente dell'anidride carbonica. Si disperde nel giro di 12 anni, mentre la CO2 continua ad agire per un paio di secoli. Fino a che resta nell'atmosfera, però, riscalda il pianeta fino a 25 volte di più dell'anidride carbonica.

L'Ewg ha in mente, soprattutto, i consumatori americani, i maggiori divoratori di bistecche e hamburger del pianeta: mangiano quasi il doppio di carne degli europei. Ma il problema è ormai mondiale: fra il 1971 e il 2010, la popolazione globale è aumentata dell'81 per cento, ma il consumo di carne è triplicato, grazie alla dieta più ricca che reclamano le classi medie in espansione dei paesi emergenti, cinesi in testa.

A questo ritmo, il consumo di carne raddoppierebbe ancora, entro il 2050, aumentando la pressione dell'effetto serra. Tutti vegetariani, allora? E vegetariani integralisti, per di più, capaci di rinunciare anche allo stracchino e allo yogurt? L'Ewg non si fa illusioni. Del resto, la "Guida" è destinata a chi vuole continuare a mangiare carne.

L'appello, dunque, è ad una sorta di reintroduzione del "venerdì di magro". Un giorno alla settimana senza fettina. I benefici, in termini di emissioni di gas serra, assicura la Guida, sarebbero immediati.

Mangiare un hamburger in meno a settimana, per un anno, infatti, calcolato in CO2, corrisponde a 500 chilometri in meno della vostra auto. O, anche, ad asciugare la biancheria al sole, almeno una volta su due, invece che nell'asciugatrice.

Ma, se dalla carne macinata saliamo a tagli più pregiati, i benefici si moltiplicano. Per una famiglia di quattro persone, rinunciare a carne e formaggio una volta a settimana, per un anno, equivale ad azzerare le emissioni della loro auto per cinque settimane. Se la carne a cui rinunciano è la bistecca, le emissioni risparmiate sono quelle di tre mesi in macchina. Se, poi, fosse l'intera popolazione americana a fare a meno di carne e formaggio per un giorno a settimana, il risparmio equivarrebbe alla CO2 emessa guidando per 150 miliardi di chilometri. Come togliere dalla strada, per un anno, 7,6 milioni di automobili.

Lo studio dell'Environmental Working Group si basa esclusivamente sul confronto fra quantità di carne ed emissioni di gas serra e questo spiega alcune sorprese nei risultati. L'abbacchio capeggia la lista, nonostante non sia una carne particolarmente diffusa, perché la quantità di carne che si ricava da un agnello è poca rispetto all'animale, relativamente a quanto avviene con un vitello.

Un discorso analogo vale per il salmone di cui, soprattutto se affumicato e confezionato, si utilizza solo il filetto. D'altro canto, l'invito a mangiare, invece, tonno, fa a pugni con l'allarme degli ambientalisti per il pericolo di estinzione di un pesce sovrapescato: forse lo si può sostituire con gli sgombri.

Ma, per rasserenare i complessi di colpa degli ambientalisti amanti delle bistecche, l'avvertenza più importante è che i calcoli dell'Ewg fanno riferimento agli Stati Uniti e ai metodi di allevamento americani e, in generale, di buona parte dell'Occidente. Cioè agli allevamenti intensivi e industriali, quelli con gli animali confinati nelle stalle e allevati a ritmi accelerati, grazie ad un mangime fatto non d'erba, ma di cereali.

Nella catena produttiva, è nelle coltivazioni di queste granaglie (soia e granturco, in particolare) che incidono, in termini di emissioni, pesticidi, fertilizzanti, gasolio per i trattori e il trasporto. È una quantità enorme di cereali: oltre 600 milioni di tonnellate vengono destinati, ogni anno, all'alimentazione dei bovini nelle stalle.

Il fenomeno riguarda, quasi esclusivamente, i paesi industrializzati. Due terzi di quei 600 milioni di tonnellate di mangime vanno, infatti, nelle stalle dei paesi ricchi. L'America, soprattutto, che ne consuma un quarto, 150 milioni di tonnellate di soia e granturco per il suo bestiame. Con gli allevamenti industriali si ottiene più carne, ma, in termini generali, l'uso dei cereali come mangime è inefficiente: con quei 600 milioni di tonnellate di cereali, perfettamente idonei all'uso umano, si potrebbero sfamare un miliardo e mezzo di persone.

Metà dei bovini del mondo, peraltro, vive fuori dalle stalle: l'allevamento all'aperto, a base di erba, su appezzamenti, normalmente, poco adatti alla coltivazione, taglia tutta la fase delle emissioni di gas serra, legata alla produzione dei cereali. In più, al contrario dei mangimi a base di soia o granturco, invece di sottrarre cibo all'uomo, ne aggiunge: il bovino allevato all'aperto trasforma in proteine mangiabili l'erba, che noi non possiamo mangiare.

I vantaggi non si fermano qui e riguardano direttamente le emissioni di CO2. Un recente rapporto dell'Union of Concerned Scientists sottolinea che i pascoli sottraggono anidride carbonica dall'atmosfera e la immagazzinano nel suolo, al ritmo di una tonnellata di anidride carbonica per ettaro. Il pascolo risulta tanto più efficace, sotto questo profilo, quanto più è ricco di piante leguminose, che migliorano la qualità dei foraggi e diminuiscono le emissioni di metano.

Secondo il rapporto, una corretta gestione dei pascoli le può ridurre fino al 30 per cento. È l'alternativa suggerita dall'Environmental Working Group ai carnivori impenitenti. Bistecche e formaggi ottenuti in questo modo costano - è vero - di più. Probabilmente, quello che il vostro portafoglio ha risparmiato con il venerdì di magro.

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sabato 30 luglio 2011

Fukushima, la Tepco non sa quanta radioattività sta uscendo dai reattori

I tre reattori di Fukushima continuano a rilasciare radioattività nell’aria: ma quanta, e quali sostanze? Sono bucati e in meltdown totale: ma quanto combustibile nucleare è ancora nei reattori, e quanto invece ne è uscito e si trova ora dentro i bunker di cemento in cui i reattori stessi sono alloggiati? Anche i bunker sono bucati in seguito alle esplosioni dei primi giorni.
La Tepco – società proprietaria dell’impianto – non possiede queste informazioni. Eppure sarebbero quanto mai utili per riportare in qualche modo sotto controllo la centrale nucleare in avaria da ormai più di quattro mesi. E infatti la notizia di oggi è che la Tepco si accinge a procurarsele. Almeno in parte.
Sulla base di analisi dell’aria effettuate nell’area su cui sorge la centrale nucleare, si ritiene che da Fukushima – passata la fase acuta dei primi giorni – escano fino a circa un miliardo di becquerel all’ora. Che sono 24 miliardi di becquerel al giorno, 720 miliardi di becquerel al mese.
Non si sa tuttavia se, e fino a che punto, la stima sia attendibile. Per questo ora la Tepco si accinge ad aspirare aria dai bunker, così da sottoporla ad analisi e capire finalmente quali sostanze radioattive vengono rilasciate, e quante.
Vale per i reattori 1 e 2, non per il reattore 3: l’edificio che lo alloggia è troppo radioattivo e le sue condizioni effettive continueranno quindi a restare sostanzialmente ignote
La Tepco aprirà un buco nei bunker che alloggiano i reattori e vi inserirà un tubo per aspirare l’aria, collegato ad un apparecchio di misurazione situato al piano superiore. A Fukushima tuttavia c’è anche il problema dell’acqua radioattiva, e non solo dell’aria. Si spera che tubo e misuratore aiutino anche a capire quanto combustibile nucleare è rimasto dentro i reattori e quanto invece ne è uscito.
Il combustibile nucleare uscito dai reattori è il cosiddetto corium, una sorta di lava radioattiva della temperatura di 2000-2800 °C formata dal combustibile nucleare fuso e dall’acciaio – anch’esso fuso – che costituiva le pareti dei reattori.
Finchè non si raffredda, continua a fondere e inglobare ciò che trova lungo il suo cammino. Non si sa se – e fino a che punto – stia mangiandosi le fondazioni di Fukushima.
Oggi, venerdì, dovrebbero iniziare le operazioni al reattore 1, e ai primi di agosto quelle sul reattore 2.
Su English Nkh la Tepco cerca di estrarre aria dai reattori in avaria

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venerdì 29 luglio 2011

Se il gambero di Mazara è del Mozambico Il pesce due volte su tre è "taroccato"

Secondo l'Istituto di ricerche economiche per la pesca e l'acquacoltura, nel 2010 in Italia sono state commercializzate 900mila tonnellate di pesce per un ricavo di circa 1.167 milioni di euro. Di queste solo 231mia sono state pescate nel "nostro" mare. Tutto il resto arriva dall'estero. Ma la qualità è scarsa e il prodotto non è tracciato

 ROMA - Un bel gambero rosso comprato su una bancarella di pesce nel porto di Mazara del Vallo. Un polpo imperdibile seduti ai tavoli della sagra più famosa d'Italia nel suo genere, quella di Mola di Bari. Oppure un filetto di cernia indimenticabile a Gallipoli. Nelle guide turistiche raccontano che ci sia soltanto una cosa migliore di un bagno nel mare italiano. Mangiarlo.

Evidentemente però in questi anni deve essere cambiato qualcosa se è vero, com'è vero, che il pesce venduto da Palermo a Milano tutto è tranne che un prodotto nostrano. Il gambero di Mazara arriva infatti dal Mozambico. Il polpo di Mola dal Vietnam. Il filetto di cernia di Gallipoli (che in realtà era pangasio) dal Mekong, un fiume che si trova tra la Thailandia e il Lagos. E non si tratta di casi isolati.

Oggi in Italia la pesca è uno dei settori più aggrediti dalle importazioni selvagge dall'estero, in particolare dai paesi asiatici. E soprattutto dalla sofisticazione alimentare. "Due terzi del pesce servito sulle tavole italiane è finto, taroccato" denuncia la Coldiretti. "Il 30 aprile l'Italia ha mangiato l'ultimo pesce del Mediterraneo" denunciano Nef e Ocean2012, organismi internazionali del settore. "Dal primo maggio tutto quello che arriva sulle tavole italiane non è prodotto nostrano". Ma davvero è così? Che pesce compreremo ai mercati e mangeremo al ristorante quest'estate? Da dove arriva? Chi lo pesca? E soprattutto: fa male alla nostra salute?

Per capire l'entità del fenomeno forse è bene cominciare dai numeri. Lo scorso anno in Italia sono state commercializzate dice l'Irepa - l'Istituto di ricerche economiche per la pesca e l'acquacoltura - circa 900mila tonnellate di pesce per un ricavo di circa 1.167 milioni di euro. Bene: di tutto il pesce messo in commercio, soltanto 231.109 tonnellate erano state pescate nel mare italiano. Un terzo, appunto. Tutto il resto arriva dall'estero.

Il problema è che molto spesso, anzi quasi sempre denunciano le associazioni di categoria e confermano le forze di polizia che da Milano a Palermo continuano con sequestri e ad aprire inchieste, il pesce che arriva dall'estero non è di buona qualità. Spesso è pericoloso perché non tracciato e non tracciabile. E soprattutto viene venduto per quello che non è. E' finto.

Non potevano credere ai loro occhi gli uomini della Capitaneria di porto di Mazara quando, sulle bancarelle della marina più grande d'Italia, hanno trovato i gamberetti rossi che arrivavano direttamente dal Mozambico. E nonostante questo spacciati dai pescatori per italianissimi. A Gallipoli, invece, la Finanza in mezzo al mercato del pesce all'interno del porto - meta di pellegrinaggi di turisti da tutta Italia per il folclore e la poesia dei pescatori che rientrano in porto dopo una giornata in mare e vendono il prodotto appena tirato su con le reti -  ha sequestrato una bancarella che vendeva esclusivamente pesce taroccato: di fresco aveva soltanto alici e sarde fresche, i prodotti cioè che costano di meno.

Tra i falsi più diffusi c'è poi il pangasio, un pesce pescato nel Mekong, un fiume che si trova tra la Thailandia e il Lagos, che viene abitualmente venduto come fosse un filetto di cernia. Oppure nelle fritture servite nei ristoranti di casa nostra, il polpo non è polpo. O meglio, non è del Mediterraneo ma arriva direttamente dal Vietnam. Era asiatico per esempio anche il polpo venduto lo scorso anno nella sagra di Mola, in provincia di Bari, che per rendere l'idea è come comprare il tartufo di Avellino ad Alba. Frequente anche il caso del merluzzo fresco, o del presunto tale: dicono i sequestri dei Nas che spesso si tratta di pollak stagionato.

 Tra i pesci più "copiati" c'è poi il pesce spada che invece altro non è che trancio di squalo smeriglio. Poi c'è anche il caso di baccalà, in realtà filetto di brosme oppure del pagro fresco venduto come dentice rosa. E ancora il pesce serra al posto delle spigole, il pesce ghiaccio al posto del bianchetto, la verdesca al posto del pecespada, l'halibut atlantico al posto delle sogliole. Infine, gli spaghetti con le vongole: 75 per cento di possibilità che sono state pescate in Turchia.

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mercoledì 27 luglio 2011

Incentivi auto elettrica 5000 euro ma dal 2012

Alla fine anche l'Italia sia allinea agli altri Paesi europei: avremo anche noi gli incentivi per le auto elettriche. E così, in sostanza, avremo anche noi le auto elettriche perché fino ad oggi, vista la carenza legislativa, sia Nissan con la Leaf, Opel con la Ampera, Chevrolet con la Volt e (solo Renault non ha modificato i suoi piani) si sono rifiutate di commercializzare i loro modelli sul nostro mercato, dando la precedenza da altri Paesi che hanno già gli incentivi. Come dargli torto: l'auto elettrica ha già di per sé un prezzo caro, se poi mancano gli incentivi la macchina va completamente fuori mercato.

Ora però cambia tutto: con un bonus di 5.000 euro per l'acquisto di veicoli elettrici; sovvenzioni per il ricambio del parco circolante degli Enti locali anche da noi le vetture a batteria diventano competitive e il mercato può patire.

La norma, fra l'altro, dovrebbe diventare realtà a tempo record visto che è stata approvata in commissione congiunta Trasporti e Attività produttive, e in modo bipartisan. Insomma, entro i primi mesi del prossimo anno gli incentivi saranno in pista.

"Lo sviluppo della mobilità ecocompatibile  -  hanno spiegato in coro i parlamentari Pdl Deborah Bergamini, relatrice del testo unificato, Mario Valducci, Presidente della Commissione Trasporti, Sandro Biasotti, capogruppo Pdl della Commissione e Vincenzo Garofalo, membro della Commissione Trasporti - contribuisce al miglioramento della qualità  della vita
nelle grandi aree metropolitane del nostro Paese e diminuisce la dipendenza da combustibili fossili, come ci chiede l'Europa".

"La legge  -  concludono i parlamentari - prevede incentivi nell'ordine di 5.000 euro per l'acquisto di veicoli elettrici, attraverso un'imposta da 1.5 centesimi di euro sulle bottiglie in plastica. Il testo unificato, inoltre, prevede la realizzazione di punti di ricarica pubblici e di impianti eolici e fotovoltaici dedicati al rifornimento oltre il sostegno alla ricerca di un settore che cresce del 30% ogni anno".

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lunedì 25 luglio 2011

Fotovoltaico, Assosolare: il registro "Grandi impianti" non funziona

Assosolare scrive a Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico. Oggetto: il nuovo registro grandi impianti del Gse, introdotto con il quarto conto energia. E non è una lettera di complimenti. Al contrario, secondo l’associazione di categoria del solare, il nuovo registro creerebbe enormi problemi alle aziende perché la legge che lo prevede, in buona sintesi, sarebbe fatta male. Così, invece di far nascere l’anagrafe dei grandi impianti cattivi che devastano il territorio, il nuovo registro voluto da Romani farebbe solo nascere grandi problemi:
Egregio Ministro,
a nome di Assosolare vorrei portare alla Sua attenzione alcune gravi criticità inerenti il IV Conto Energia che rendono estremamente difficoltoso per gli operatori compiere le proprie scelte imprenditoriali, sulla base di regole e tempistiche ancora poco chiare e certi
Così inizia la lettera di Gianni Chianetta, presidente di Assosolare, a Romani. Quali sono i problemi del nuovo registro? Eccoli:

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Alla data del 22 luglio non è ancora pubblicata la graduatoria corretta degli impianti ammessi al registro, e non è altresì pubblicata la graduatoria che contiene la lista dei progetti che probabilmente verranno “ripescati” in sostituzione dei grandi impianti che saranno entrati in esercizio entro il 31 agosto
Sentire di impianti fotovoltaici “ripescati” rende abbastanza bene lo stato in cui il quarto conto energia di Romani ha ridotto il settore dell’energia fotovoltaica. Ma c’è di peggio: il software per l’inserimento dei dati nel portale del Gse non funziona. Spiega Chianetta:
Nella stessa iscrizione al registro, ossia nell’inserimento di dati e documenti nel portale GSE si sono verificati molteplici problemi tecnici. Diversi errori evidenti nella prima versione della graduatoria, rivelano l’estrema difficoltà di gestione di un meccanismo dimostratosi macchinoso e inefficiente con conseguenti danni per l’intero comparto. Il GSE si è ritrovato a dover applicare in poco tempo un sistema errato all’origine e a dover fronteggiare le conseguenti problematiche con un inevitabile sovraccarico di lavoro
E ancora, altri problemi derivanti dal bonus del 10% sull’incentivo per i pannelli fotovoltaici costruiti con componenti prevalentemente europee: per ottenerlo ci vogliono i certificati di ispezione di fabbrica anche su impianti in costruzione o già entrati in esercizio dal 1 giugno. Le aziende stanno correndo per ottenere le certificazioni ma, in pieno stile italiano, rischiano di essere tagliate fuori dall’incentivo per la lentezza di tutto il sistema di certificazione che, ad oggi, non ammette la possibilità che l’imprenditore faccia una semplice autocertificazione che poi verrà verificata nei mesi successivi.
E, ultimo ma di sicuro non meno importante, il famoso tetto agli incentivi. Spiega Chianetta:
l’incentivo totale per l’elenco A del registro equivale a 299.512.789 euro – totale che comprende 21 impianti, il cui costo incentivo è però palesemente errato (si parla ad esempio di un costo pari a 281 euro per un impianto da 1Mw). E anche se il costo venisse corretto, lo sforamento del CAP sarebbe di circa 5,5 milioni di Euro, che porterebbe obbligatoriamente a dover depennare dal registro gli ultimi 20 impianti
Benvenuta burocrazia, addio fotovoltaico italiano.

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mercoledì 20 luglio 2011

Giappone, svolta del premier "Futuro senza nucleare"

TOKYO - Il premier giapponese Naoto Kan ha dichiarato che il Giappone deve ridurre la propria dipendenza dell'energia nucleare e puntare verso una società in grado di farne a meno. Tenuto conto della gravità dell'incidente di Fukushima, "non si può più sostenere che la politica condotta fino ad oggi garantisca la sicurezza dello sfruttamento dell'energia nucleare. Dobbiamo concepire una società che possa farne a meno", ha spiegato Kan in conferenza stampa. Parlando del disastro di marzo, il primo ministro ha affermato che "ci potrebbero volere cinque, dieci anni o anche più per il definitivo smantellamento dei reattori della centrale".

"Riduzione a favore delle energie rinnovabili". Secondo il capo del governo nipponico è necessario rivedere i fondamentali della politica energetica del Paese che, prima dell'incidente alla centrale nucleare, prevedeva un aumento della quota di elettricità fornita dal nucleare fino al 50% entro il 2030, contro il 30% nel 2010. Kan è a favore di una "riduzione progressiva" della quota nucleare a favore delle energie rinnovabili, solare, eolico e da biomassa, con l'obiettivo finale di un abbandono completo del nucleare.

In Giappone ci sono attualmente 54 reattori, di cui solo 19 in funzione: gli altri 35 sono fermi, alcuni a causa del terremoto, altri per manutenzione. Un blocco che, ha spiegato il premier, assicura comunque una produzione energetica sufficiente sia per l'estate sia per l'inverno. Il governo ha imposto che prima di essere riavviati vengano sottoposti a nuovi e severi test di resistenza ad eventi catastrofici naturali. Il dibattito su una legge quadro sulle energie rinnovabili dovrebbe cominciare domani in Parlamento.

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sabato 18 giugno 2011

Alcatraz compie 30 anni e diventa un ecovillaggio


L'associazione fondata da Jacopo Fo nel cuore dell'Umbria diventa grande e si evolve: 60 appartamenti ecologicamente sostenibili che sono la nuova frontiera della vita comunitaria


GUBBIO - "Libera Repubblica di Alcatraz", una roba strana per la gente umbra che vide la prima insegna, trent'anni fa. All'inizio, quando chiedevi indicazioni, c'era chi esclamava: "Ah, cerchi i Darifò!". Dariofò veniva letto tutto attaccato e al plurale faceva Darifò: Jacopo, evidentemente, era troppo giovane per avere diritto alla consacrazione anagrafica.

Trent'anni dopo la strada è la stessa. Ci si arriva attraverso un paesino che, come molti sanno, si chiama Casa del Diavolo, per l'occasione tempestato di altarini e fiori fino alla chiesa nuova, in fiero calcestruzzo davanti alla sulfurea tabella stradale. Chissà come mai, trent'anni fa, il giovane milanese Jacopo scelse quest'angolo di Umbria selvatico, esposto al sole ma altrettanto protetto dai colli intorno. Adesso nelle sue sopracciglia c'è un pizzico di bianco. Il fisico, però, è lo stesso del padre.

LE IMMAGINI
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Dev'essere la vita sana del posto, verdure e ortaggi che qui hanno conseguito la patente biologica "moooolto" prima di quanto usi oggi. Infatti il Dario e la Franca vengono sempre più spesso ad abitare qui. Lo dimostrano le tracce evidenti che il "nobeluomo" dissemina per il villaggio, statue, dipinti, sculture, orologi a vento fatti da ingranaggi di legno penzolanti.

Ma il vero regalo che Jacopo si è concesso per i trent'anni di Alcatraz si chiama "ecovillaggio" ed è un tributo al suo testardo bisogno di concretezza. Vanno bene i corsi di teatro di Luca Ronconi, quelli magici di nonsisachecosa inventati da Stefano Benni, va bene l'asino-terapia, lo yoga demenziale, la doma etologica dei cavalli, ma una casa è sempre una casa.

Il progetto è in partnership con Banca Etica, 60 appartamenti costruiti secondo criteri di massima sostenibilità ambientale, fisicamente distaccati da Alcatraz ma visibili a occhio nudo. Le prime sedici unità sono già state assegnate. Jacopo ha l'entusiasmo di un ragazzino nel mostrare come sono fatte. "L'esterno è in legno...". "No, è in pietra". "E' in legno". La mano tocca e si sorprende. È proprio legno, anche se sembra pietra. "Ovviamente - precisa Fo - se preferisci puoi fartela con l'esterno in legno naturale". "E in pietra che sembra legno?".
Jacopo neanche ascolta e sfoggia il carnet di esperti che hanno collaborato al progetto: Pietro Laureano per il sistema idrico (consigliere Unesco), Maurizio Fauri per la parte energetica (docente all'Università di Trento) e Sergio Loss, il papà della bioarchitettura italiana.

Si parla di tetti ventilati, di pareti con intercapedini leggere e antisismiche, vetri con l'anima in gas per evitare dispersione di calore, caldaie a tre bocchette che pescano l'acqua in basso per riscaldare il pavimento, a mezz'altezza per lavarsi le mani e in cima per la doccia. Spazi comuni che non ha senso avere in casa, come la lavanderia o la piscina e il salone delle feste. La metamorfosi della vita comunitaria, dal '68 a oggi, è racchiusa in una regola semplice: nessuno ti obbliga a stare insieme al prossimo ma se hai voglia di vedere qualcuno, sai dove andare.

Dal balcone si vede lo scrimo verde del fiume Resina. Jacopo ha un sussulto di riso. "Dovessi dire il ricordo più vivo di questi trent'anni, metterei in testa la risalita del fiume con Dacia Maraini e Andrea Pazienza, tutti vestiti con costumi ottocenteschi, portando a spalla Massimo Capotorto, fumettaro pazzo, perfettamente a suo agio nel ruolo di capopolo. Grande performance demenziale".

Ci sono anche compiacimenti più individuali, legati al teatro, alla recitazione e alla scrittura. Ascoltare le proprie parole in bocca a Paolo Rossi, addirittura scandite da Dario Fo e Franca Rame, ché sul palco non sono mamma e papà e non dispensano "licenze teatrali" per linea dinastica. Con fatica Jacopo si è conquistato un posto nel desco dei giullari, dove non sono ammessi intrusi perché a nessuno è concesso sapere cosa c'è sotto la maschera, mogli, mariti e figli compresi: "Il mio debutto è stato al Teatro dei Satiri, a Roma. Avevo quarant'anni". E non aggiunge altro, uscendo di scena e lasciando al morbido scricchiolio delle tavole di legno l'effetto finale. Qui il legno la fa da padrone e a ben vedere l'ecovillaggio è un sorta di palcoscenico che aspetta l'applauso da madre terra.

Dietro queste case, ficcate in terra come candeline sulla torta, c'è il percorso trentennale di Jacopo e del suo "ideale repubblicano", una maturazione sempre più attenta agli aspetti concreti della vita comune, al recupero del "senso delle cose". Chi cercasse contraddizioni nell'effimero yoga demenziale forse non si è mai misurato con le provocazioni burocratiche che in Italia colpiscono a tradimento tutte le "rivoluzione dolci". Curare la demenza attraverso il demenziale è una sorta di principio omeopatico, previene l'ulcera.

Di sicuro manca, nella biblioteca di Jacopo scrittore, un resoconto sui mille sgambetti ricevuti durante i trent'anni di Alcatraz. Sarebbe la testimonianza di un figlio generato dal Grande Sberleffo che prova a incarnare i sogni di una socialità diversa e racconterebbe meglio di altri l'affanno italiano dietro il resto d'Europa. Il Batman, alto due metri e sistemato sul tetto di Alcatraz, ascolta e annuisce gravemente.

Cala il sole. Si riparte dalla folle e libera Repubblica con in tasca il passaporto locale, i francobolli commemorativi per la giornata della pigrizia, una banconota da dieci talenti vera come un bel sogno e un doblone luccicante. Ci si rituffa giù per il quagliodromo, per Casa del Diavolo tempestata di altarini, nel cuore dell'Umbria verde e rossa che ha la più alta percentuale di cemento prodotto in Italia e sta per riaprire una vecchia centrale a carbone truccata da qualche manciata di biomasse. Un po' di rassicurante schizofrenia, ecco cosa mancava.

giovedì 16 giugno 2011

Energia marina, l'Enea ci crede presto la carta dei siti migliori


ROMA - La data è stata scelta in tempi non sospetti, ma non poteva capitare meglio. Pochi giorni dopo il referendum che spinge l'Italia in maniera ancora più decisa a perseguire lo sviluppo delle fonti rinnovabili, scienziati, imprenditori e amministratori si riuniscono oggi e domani a Roma per valutare le "Prospettive di sviluppo dell'energia dal mare per la produzione elettrica in Italia". A convocare la due giorni di confronto è l'Enea, che da alcuni mesi grazie a un finanziamento di 500 mila euro ottenuto dal ministero dello Sviluppo economico attraverso i fondi raccolti in bolletta alla voce "Ricerca di sistema elettrico" sta mappando le acque del Mediterraneo a caccia delle zone più promettenti per produrre energia.

Rispetto a fonti più mature e consolidate come eolico, solare e biomasse, lo sfruttamento della forza di onde, correnti e maree avviene attualmente solo grazie a pochi prototipi, ma le potenzialità sono decisamente allettanti. "Il rapporto The Wave World & Tidal Market, stilato dalla società finanziaria Douglas-Westwood - rilevano dall'Enea - stima che tra il 2011 e il 2015 saranno installati nel mondo impianti che consentiranno di ricavare almeno 150 MW di energia elettrica dal moto ondoso e dalle correnti di marea. Secondo la ricerca il settore dell’energia dal mare godrà inoltre nei prossimi cinque anni di un volume di investimenti pari a 1,2 miliardi di dollari". Altre stime citate dall'Enea ricordano poi che "dal mare si possono ricavare tra i 20.000 e i 90.000 TWh/anno".

"Al momento - spiega Vincenzo Artale, responsabile dell'Unità Tecnica Modellistica Energica Ambientale - stiamo raccogliendo nuovi dati da inserire nei modelli che abbiamo messo a punto grazie a un'esperienza ventennale. Entro la fine dell'anno contiamo di consegnare a tutte le parti interessate una mappa dei siti che meglio si prestano alla realizzazione di impianti per la produzione di energia dalle correnti, dalle maree e dal moto ondoso. Oltre allo Stretto di Messina, dove sono già in corso da alcuni anni dei primi esperimenti, le zone che si presentano più interessanti sono sicuramente le coste tirreniche".

La due giorni di dibattito voluta dall'Enea è quindi un importante primo passo per far incontrare le diverse realtà scientifiche, tecnologiche e imprenditoriali che già operano in questo settore, mettendole a confronto con i responsabili della rete elettrica nazionale (Terna) e del Gestore dei servizi energetici (Gse).

"Le prime tecnologie per lo sfruttamento dell'energia marina - ricordano ancora dall'Enea - risalgono agli  anni '70. L'esperienza italiana è sicuramente più recente ma non meno importante. Il progetto Enermar è il primo prototipo di una turbina marina ad asse verticale denominata Kobold 1, installata nello Stretto di Messina. Inoltre, grazie a un brevetto italiano, in ulteriore via di sviluppo, di una diga a cassoni denominata  Rewec3 (Reasonant Wave Energy Converter), è stato realizzato un dispositivo avanzato per lo sfruttamento dell'energia ondosa".

"Esperienza, tecnologia e soprattutto migliaia di chilometri di coste: abbiamo tutto ciò che ci serve per vincere questa sfida", dice ancora Artale. "Il nucleare - aggiunge - in Italia praticamente non c'è mai stato e ora sappiamo che non ci sarà mai più, per questo dobbiamo cercare l'energia ovunque, a cominciare dal mare. Ma anziché pensare a nuove trivellazioni ed esplorazioni a caccia di gas e petrolio, diamoci da fare per catturare la forza del Mediterraneo. Le possibilità sono moltissime e dalle piattaforme integrate ai frangifrutti, le possibilità di catturare onde, maree e correnti con sistemi integrati poco invasivi sono moltissime".

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