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domenica 11 settembre 2011

I 5 Stelle rilanciano il Parlamento pulito Beppe Grillo porta in piazza il “cozza day”



“Tutti in fila indiana, silenziosi ed ordinati”. Queste le prime parole che Beppe Grillo pronuncia ai manifestanti di piazza Navona, arrivati da tutta Italia per il “Cozza day”. Come un gran cerimoniere, corredato di maglia tricolore, il comico genovese si rivolge a una piazza che da stamattina ha invaso la Capitale per protestare contro la manovra del governo e il silenzio sulla legge ‘Parlamento pulito’, 350mila firme che giacciono in Senato dal 2007. Per evitare che sieda in aula chi ha condanne penali e chi ha già fatto più di due mandati.

Una “v” umana per mandare a quel paese il Parlamento. E’ iniziato così, con quattro flash-mob itineranti in luoghi simbolo di Roma, appunto, il “Cozza day”, il giorno contro le “cozze parlamentari abusive” organizzato dal Movimento 5 Stelle. Dal Colosseo, al Campidoglio, a piazza di Spagna, fino a piazza del Popolo, la protesta prende forma con slogan e cartelloni, il tutto condito dai cori dei manifestanti che attaccano la Casta dei politici. La scelta della lettera “v” è anche in memoria del V-day di tre anni fa, spiegano gli organizzatori: “Da allora non è cambiato nulla in questo Paese e, se è possibile, la situazione peggiora di giorno in giorno, con l’aggravante di un totale disinteresse nei confronti dei cittadini, di quello che hanno chiesto a gran voce con la legge di iniziativa popolare che è finita a fare la muffa nelle aule del Senato”.



 A srotolare un lungo striscione con la scritta “a casa i molluschi”, durante il presidio di piazza di Spagna, molte persone che quella proposta di legge l’avevano firmata e che oggi portano per le vie di Roma la loro indignazione. Spiega Silvana di Nicolò mentre dà il via all’ultimo flash-mob della mattina: “La legge porcata di Calderoli fu approvata dal governo Berlusconi nel 2006, gli successe Prodi che in due anni non la cambiò, e neppure ci provò. Nessuno protestò. Ora, invece di portare la legge Parlamento pulito in discussione al Senato, gli stessi che non hanno mosso un dito quando erano al governo, propongono un referendum abrogativo che non risolverebbe nulla”. Anche se il porcellum venisse abrogato, chi ha condanne penali potrebbe rimanere comunque in Parlamento assieme a chi ha già superato i due mandati.

Piazza Navona è stata trasformata per l’occasione in una grande agorà pubblica delimitata da tre tagli di stoffa, lunghi 12 metri l’uno che formano la bandiera italiana. Tante le scritte in giro che ricordano anche le lotte del Movimento 5 Stelle, come i cartoncini che fanno bella mostra delle poltrone parlamentari posizionate sotto la lunga bandiera. Ecologia, informazione, acqua pubblica, onestà, queste le parole che si ripetono con più frequenza e questi i messaggi che i manifestanti porteranno oggi a Montecitorio. Da Piazza Navona, infatti, dopo l’attesissimo intervento di Grillo, è partita una lunga processione, in fila indiana, fino alla sede della Camera, dove ogni manifestante ha deposto una cozza simbolica in un grande cesto davanti la porta di accesso della Camera. Perché come ha spiegato Grillo, “la deposizione della cozza a Montecitorio è un esercizio catartico, simbolico. Servirà per purificare l’aria, per respirare profondamente e guardare in alto verso l’eterno cielo azzurro. Le cozze stanno formando una muraglia. Un groviglio di mitili avariati attaccati allo stesso scoglio”. E per chi volesse, carta e penna per la ricetta dell’impepata di cozze parlamentari.

Standing ovation, quando la politica si mischia alla satira con un Grillo che, da un palco improvvisato inizia il comizio show mostrando una grande rete con migliaia di cozze dentro: “Neanche Pinochet, o il generale Franco avrebbero agito così nascondendo le firme di 350 mila cittadini. Avrebbero almeno come intelligenza dato una risposta. Ricordando che i militanti del 5 Stelle non sono un movimento politico ma un’idea collettiva coadiuvata dalla rete per lottare assieme su dei progetti”.



ideo di Irene Buscemi e Paolo Dimalio)

Fonte Articolo.

Il MoVimento 5 stelle non esiste

Oggi è stato fantastico…….
Eravamo tantissimi e da tutta Italia per chiedere conto delle nostre firme, è stata una manifestazione pacifica, scivolata via senza nessun problema.
La democrazia, quella vera, era in piazza oggi e non nei palazzi della politica, e come sempre accade nel nostro paese, il potere nasconde quello che non gli piace.
La manifestazione di oggi per molti giornali, non è esistita.


La stampa parla degli Indignados, anche loro a Roma, ma (sabato) del cozza day non c’è traccia.
Solo domenica mattina vengono aggiunte due righe (che non dicono nulla) sul Cozza day.


Per Il Giornale ieri a Roma è stato un pomeriggio come tutii gli altri, nessuna traccia del Cozza Day sul giornale di Paolo Berlusconi


Sul Corriere della sera c’è di tutto: La Canalis che si spoglia per gli animalisti, Elvis che guida una McLaren ma del Cozza Day nessuna traccia.




Fa eccezzione, La repubbilca, che ha dedicato un articolo al Cozza day dove almeno viene spiegato il motivo per cui eravamo in piazza.
Il Fatto quotidiano è l’unico Giornale che si occupa del Cozza Day in modo completo pubblicando foto, video e un articolo esaustivo.
Come è possibile che una manifestazione democratica e pacifica venga nascosta ai lettori di molti giornali?
La spiegazione è semplice, se i lettori fossero in grado di capire i contenuti del Cozza day potrebbero, forse cambiare idea sul Parlamento.

Fonte Articolo.

lunedì 25 luglio 2011

Cosa sappiamo di Anders Breivik

Stando alle ricostruzioni della polizia, Breivik ha prima posizionato la bomba a Oslo, poi si è diretto con un traghetto a Utøya. Lì, vestito in modo da sembrare un agente di polizia, ha detto di essere arrivato per verificare la sicurezza dei ragazzi che stavano partecipando al campo estivo dei Giovani laburisti. Ha fatto radunare tutti in un’area e poi ha cominciato a sparare. Per novanta minuti, fino all’esaurimento delle munizioni, ha sparato metodicamente e ha dato loro la caccia fino alla costa e al mare. A Utøya è stata accertata la morte di 85 persone ma la polizia teme ancora che la stima possa salire: ci sono 4 persone disperse e molti feriti gravi.
Nel corso della serata di ieri sono emersi online due documenti che Breivik aveva pubblicato prima di mettere in pratica gli attacchi. Il primo è un lunghissimo testo, quasi 1500 pagine, in cui Breivik descrive la sua ideologia e le sue posizioni politiche, descrivendosi come un crociato, un cristiano pronto alla guerra per difendere l’Europa dalla minaccia della dominazione islamica e marxista. Le ultime pagine del testo sono però un diario dettagliatissimo della preparazione dei due attacchi. Breivik racconta la pianificazione degli attacchi, cominciata nel 2009, e gli ottanta giorni che gli sono serviti a reperire i fertilizzanti e le sostanze con cui ha sintetizzato l’esplosivo. Racconta le tecniche utilizzate, le difficoltà incontrate. Il tutto è spezzato da racconti più normali, in cui Breivik spiega di aver vissuto con la madre per poter avere più soldi da dedicare ai suoi piani, in cui racconta come depistava i suoi amici e come passava il tempo libero, guardando episodi delle serie tv True blood o The Shield, oppure il festival musicale Eurovision.
Breivik descrive la bomba di Oslo come la “operazione A”, mentre la “operazione B” è quella portata a termine a Utøya, per la quale Breivik ha acquistato una gran quantità di armi e munizioni. Molti dettagli del racconto – e la lucidità con cui sono resi – sono raccapriccianti per il loro distacco, specie nei passaggi in cui Breivik si chiede che facce faranno quanti lo vedranno vestito da poliziotto o si chiede come e se sarà trovato dalle forze dell’ordine. Il video caricato su Youtube è un riassunto di quel testo: alla fine appaiono delle foto di Breivik, una di queste lo ritrae armato. Nel testo Breivik sembra alludere agli attacchi parlando di una “operazione di marketing” collegata al libro.
Il New York Times scrive che il manifesto è stato pubblicato “poche ore prima degli attacchi”. Il testo è firmato Andrew Berwick, una versione inglesizzata del nome del sospettato e le autorità lo considerano autentico. Il titolo del testo è “2083: Una dichiarazione di indipendenza europea”. Al suo interno si parla anche di un incontro segreto di “Cavalieri Templari” tenutosi a Londra nell’aprile del 2002: Breivik scrive che all’incontro parteciparono nove persone da otto diversi paesi europei e le autorità stanno indagando sulla loro esistenza e sulla loro identità.

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mercoledì 20 luglio 2011

Berlusconi indagato per le pressioni contro Santoro

ROMA - Il premier Silvio Berlusconi è indagato dalla Procura di Roma per abuso di ufficio in relazione alle presunte pressioni esercitate nel 2009 per sospendere la trasmissione 'Annozero' di Michele Santoro.

Con il presidente del Consiglio sono iscritti, anche loro per abuso di ufficio, l'ex commissario Agcom Giancarlo Innocenzi e l'ex direttore generale della Rai, Mauro Masi. L'atto istruttorio deciso dal procuratore Giovanni Ferrara giunge dopo che il tribunale dei ministri ha restituito a piazzale Clodio il fascicolo di indagine, nato a Trani, dichiarandosi incompetente a giudicare il caso. Per i giudici, in sostanze, le 18 telefonate a Innocenzi e Masi al centro dell'inchiesta sono state effettuate da Berlusconi non nella sua veste di presidente del Consiglio.

L'iscrizione nel registro degli indagati arriva dopo la decisione del Tribunale dei Ministri di restituire il fascicolo alla Procura di Roma.

Gli inquirenti capitolini hanno preso atto della decisione (non vincolante) del tribunale del ministri: secondo il collegio speciale per reati ministeriali nella condotta di Berlusconi non è prefigurabile  la concussione ai danni dell'ex commissario Agcom Giancarlo Innocenzi, né le minacce ai danni dell'Autorità Garante delle Comunicazioni per far chiudere Annozero, come ipotizzato a Trani. Su queste due fattispecie il tribunale ha archiviato la posizione del premier.

Per il tribunale dei Ministri è, invece, configurabile l'ipotesi di abuso d'ufficio per tutti e tre i protagonisti
della vicenda. A questo punto i pm romani  dovranno decidere se concludere l'attività istruttoria con il deposito degli atti, attività che prelude la richiesta di rinvio a giudizio, o formalizzare al gip una richiesta di archiviazione.

Le reazioni. Niccolò Ghedini, parlamentare Pdl e avvocato del premier ricorda che "il Tribunale dei Ministri ha già archiviato tutte le accuse originariamente mosse proprio al Presidente Berlusconi". Dicendosi sicuro che anche la Procura seguirà la stessa strada. Per il segretario dell'Usigrai Carlo Verna, si apre adesso "una sorta di possibile processo al sistema del conflitto di interessi, che sta strangolando la Rai e la democrazia. Laddove possibile l'Usigrai chiederà la costituzione di parte civile. Ma mentre la giustizia farà il suo corso, occorreranno comportamenti limpidi dei vertici aziendali ai quali fin d'ora facciamo sapere che l'Usigrai non sottoscriverà la transazione con cui si accompagna Michele Santoro alla porta".

La vicenda. Diciotto telefonate per 'bloccare' Annozero. La bufera delle intercettazioni del caso Rai-Agcom, scoppiato a marzo 2010 con la pubblicazione dei primi stralci, e il braccio di ferro con Michele Santoro è stato uno dei capitoli più spinosi della gestione dell'ex dg Rai Mauro Masi a Viale Mazzini. Ma ha sollevato polemiche anche sull'indipendenza dell'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, fino alle dimissioni del commissario Giancarlo Innocenzi, arrivate il 24 giugno dello scorso anno.

"Questa volta nessun editto bulgaro ci fermerà", tuonava Michele Santoro il 18 marzo sul divano rosso di Serena Dandini a Parla con me. Si era nel pieno del caos intercettazioni e solo due giorni prima il conduttore di Annozero aveva parlato per due ore davanti ai pubblici ministeri di Trani delle presunte pressioni per fermare il suo programma. Il 26 marzo, in un clima da stadio al Paladozza di Bologna, nel corso di Raiperunanotte Santoro avrebbe 'messo in scena' con le voci di attori i colloqui di Berlusconi, Innocenzi e Masi facendo 'prendere corpo' al disegno di chiudere il programma di Rai2.

Intanto il vertice dell'azienda non stava a guardare: il 24 marzo Viale Mazzini annunciò l'intenzione di chiedere alla procura di Trani gli atti dell'inchiesta Rai-Agcom, ma anche di non avviare nessun audit su Masi che, forte del sostegno della maggioranza, ribadì la volontà di "andare avanti": "Per me contano gli atti e i fatti aziendali. Mi sono sempre comportato nel pieno rispetto delle regole. Ho mandato in onda tutte le trasmissioni cercando soltanto di garantire la loro conformità alle normative vigenti".

Il 18 maggio il colpo di scena, con l'annuncio dell'accordo consensuale tra Santoro e l'azienda al quale mancava solo la firma. Una firma che non sarebbe arrivata mai. A fine luglio il Cda stabilì che dal 23 settembre Annozero sarebbe stato ancora in palinsesto. Si preparava una nuova stagione di battaglie e polemiche: nell'anteprima della prima puntata, Santoro pronunciò il celebre 'vaffa...nbicchiere'". Tre settimane dopo, la decisione del dg di sospendere il giornalista. Nella puntata successiva, la contromossa del conduttore: il ricorso al collegio arbitrale per ottenere l'immediata sospensione della sanzione. Lo scontro avrebbe toccato il culmine nel botta e risposta in diretta nella puntata del 27 gennaio scorso, quando Masi chiamò Annozero per 'dissociarsi' in diretta dalla puntata sul caso Ruby e il conduttore gli rispose a brutto muso.

L'ultima frecciata il 28 aprile scorso, quando Santoro ha annunciato al pubblico l'addio di Masi alla Rai facendo "un forte, fortissimo, ancora più forte in bocca a lupo" alla Consap, di cui l'ex dg Rai è diventato amministratore delegato.
A giugno, poi, sarebbe arrivato il divorzio tra lo stesso giornalista e la tv pubblica.

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martedì 12 luglio 2011

Afghanistan, esplode un ordigno: morto un soldato italiano


Un altro soldato italiano ucciso in Afghanistan: il primo caporal maggiore Roberto Marchini, 28 anni, appartenente all'8/o Reggimento Genio Guastatori Folgore di Legnago (Verona) è saltato su uno di quegli ordigni che era specializzato a disinnescare. E' la 40ma vittima dal 2004. Originario di Viterbo, Marchini era al suo ultimo giorno di missione in Afghanistan. L'attentato stamani, a circa 3 chilometri a ovest dalla 'Fob Lavaredo', la base avanzata del contingente italiano nel distretto di Bakwa, nella 'calda' provincia di Farah. Si tratta dello stesso distretto nel quale 10 giorni fa, il 2 luglio, è stato ucciso il caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo, anch'egli vittima di un 'Ied', uno di quegli ordigni esplosivi rudimentali ma molto potenti che mietono centinaia di vittime in Afghanistan, soprattutto tra i civili.
Ancora poco chiara la dinamica. Alla Difesa spiegano che Marchini era impegnato in un'attività di ricognizione insieme a militari afgani, quando è stato investito dall'esplosione. Sembra che il geniere si trovasse a piedi, davanti al mezzo, e fosse impegnato a disinnescare un ordigno che era stato poco prima ritrovato lungo una strada. Il parà della Folgore era al suo ultimo giorno di missione: una volta rientrato dal servizio che stava svolgendo e che gli è costato la vita, sarebbe dovuto partire per l'Italia. Era alla sua terza missione all'estero.
Il generale Pilosio: "Grande compostezza della famiglia" - "I genitori di Roberto Marchini, il padre Francesco e la mamma Pina, hanno reagito con grande compostezza e dignità alla notizia della morte del proprio figlio, di appena 28 anni, avvenuta in Afghanistan". Lo ha detto il generale Giuseppe Pilosio, vicecomandante del Comando militare della Capitale, che questa mattina ha informato la famiglia Marchini dell'uccisione del militare. Per quanto riguarda la dinamica dell'attentato di cui è rimasto vittima il primo caporal maggiore Marchini, il generale Pilosio si è limitato a dire che "sono in corso indagini". L'ufficiale ha infine detto che un'auto dell'Esercito con a bordo un ufficiale psicologo sta accompagnando a Caprarola la sorella di Roberto Marchini, Elisa, che vive e lavora a Tivoli (Roma). Anche i genitori del militari ucciso sono assistiti da ufficiali psicologhe.
Sono tutte a mezz'asta le bandiere negli edifici pubblici di Caprarola, in provincia di Viterbo, dove risiedeva Roberto Marchini, il militare italiano di 28 anni ucciso in Afghanistan. Lo ha deciso il sindaco del paese, Eugenio Stelliferi. "Il giorno dei funerali - ha aggiunto - verrà proclamato il lutto cittadino. Inoltre verrà allestita una camera ardente dove tutti i cittadini di Caprarola potranno rendere omaggio alla salma di Roberto". Circa due anni e mezzo fa, il Comune di Caprarola aveva premiato con una medaglia ricordo tutti i militari residenti in paese che avevano partecipato a missioni all'estero. In quei giorni Roberto Marchini si era appena arruolato nell'Esercito.
Il dolore dei commilitoni a Legnano - Commozione e profondo dolore tra i commilitoni di Roberto Marchini. Il giovane geniere era giunto a Legnago il 2 agosto del 2005. "Una persona eccellente. Un ragazzo d'oro sempre allegro" è il suo ricordo in caserma. Marchini era molto legato alla divisa, "attaccato al suo dovere", e sul pioano professionale è ricordato come un "eccellente guastatore" facente parte di un team specializzato proprio nell'opera di ricognizione e individuazione degli ordigni.
Figlio di un artigiano e di una casalinga, che vivono a Caprarola (Viterbo), Marchini ha una sorella, che lavora come infermiera in una clinica di Tivoli. Dalla sua abitazione è uscito in lacrime il sindaco di Caprarola Eugenio Stelliferi: "Lo conoscevo - ha detto - e conosco bene tutta la sua famiglia. E' brava gente, semplice. Per tutto il paese è un giorno tristissimo, di lutto e di dolore".

lunedì 11 luglio 2011

Lodo Mondadori, Fininvest condannata dovrà pagare 560 milioni alla Cir

I giudici della Corte d'Appello di Milano impongono alla holding del Biscione il risarcimento a favore della holding di Carlo De Benedetti. La sentenza è immediatamente esecutiva. I giudici: "Berlusconi correo di corruzione". La Cir: "Sentenza conferma che ci fu corruzione ed è estranea all'attualità politica"

 MILANO - La Fininvest dovrà pagare. I giudici della Corte d'Appello di Milano hanno condannato la holding del Biscione a risarcire Cir per la vicenda del Lodo Mondadori per 540 milioni circa di euro alla data della sentenza di primo grado dell'ottobre 2009, più gli interessi e le spese decorsi da quel giorno. La cifra quindi arriverebbe intorno ai 560 milioni di euro 1. Un quarto in meno dei 750 milioni stabiliti in primo grado. La sentenza è immediatamente esecutiva. Furiosa la reazione di Marina Berlusconi 2, mentre la Cir, in una nota, afferma che la sentenza "conferma ancora una volta che nel 1991 la Mondadori fu sottratta alla Cir mediante la corruzione del giudice Vittorio Metta, organizzata per conto e nell'interesse di Fininvest". Definendo il contenzioso giudiziario su Mondadori "riguarda una storia imprenditoriale ed è completamente estraneo all'attualità politica".

SCHEDA: Le tappe della vicenda
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IL TESTO DELLA SENTENZA (pdf) 4

AUDIO Il commento di Massimo Giannini 5

La causa è la conseguenza, in sede civile, di un processo penale finito nel 2007 con le condanne definitive, per corruzione in atti giudiziari, del giudice Vittorio Metta e degli avvocati Cesare Previti 6, Giovanni Acampora e Attilio Pacifico. La Cassazione confermò che la sentenza del 1991 della Corte d'Appello di Roma, sfavorevole a De Benedetti nello scontro con Berlusconi per assicurarsi il controllo della casa editrice, fu "comprata" corrompendo il giudice Metta con almeno 400 milioni di lire provenienti dai conti esteri Fininvest. Il premier venne prosciolto per prescrizione in modo irrevocabile nel novembre 2001.

La sentenza."Per questi motivi la corte accoglie, per quanto di ragione, sia l'appello principale che quello incidentale e per l'effetto in parziale riforma della sentenza del 2009, determina in euro 540 milioni 141 mila 059,32 centesimi l'importo dovuto dalla convenuta alla data del 3 ottobre 2010 quale risarcimento di danno immediato e diretto, e pertanto condanna Fininvest a pagare in favore di Cir s.p.a. tale somma oltre agli interessi legali da detta data al saldo; dichiara compensate per un quarto tra le parti le spese processuali di entrambi i gradi del giudizio; condanna l'appellante Fininvest a riforndere in favore della Cir i residui tre quarti delle spese processuali dei due gradi, come in motivazione partitamente liquidate, per il primo grado in complessivi euro 3 milioni 296 mila, e per il presente grado in complessivi euro 3 milioni 940 mila oltre, per entrambi i gradi di giudizio, al rimborso per le spese generali del 12,5% su diritti e onorari come per legge; pone definitivamente a carico di ciascuna parte per la metà i già liquidati costi della consulenza tecnica d'ufficio; conferma nel resto la sentenza impugnata". Per il giudici, inoltre, il premier è "correo" nel reato di corruzione.

La nota della Cir. "Si è riconosciuto il diritto di Cir a un congruo risarcimento per il danno sofferto - si legge nella nota diffusa dagli avvocati del gruppo Vincenzo Roppo ed Elisabetta Rubini - tale danno, enorme già in origine, si è poi notevolmente incrementato per rivalutazione e interessi in considerazione del lungo tempo trascorso dai fatti. Con particolare soddisfazione si registra il passaggio della sentenza dove si riconosce che, corrompendo il giudice metta, Fininvest tolse a Cir non la semplice chance di vincere nel 1991 la causa sul controllo del gruppo Mondadori-Espresso, ma la privò senz'altro di una vittoria che senza la corruzione giudiziaria sarebbe stata certa".

Il procedimento civile. Avviato nell'aprile 2004, con la richiesta complessiva di un miliardo di risarcimento da parte di Cir, il procedimento civile il 3 ottobre 2009 ha visto la sentenza di primo grado: il giudice Raimondo Mesiano 7aveva stabilito che la holding di De Benedetti "ha diritto" al risarcimento da parte di Fininvest "del danno patrimoniale da perdita di 'chance'" per  "un giudizio imparziale'.  Risarcimento 8 quantificato in 749.995.611,93 euro a cui si aggiungono gli interessi legali, le spese del giudizio e, tra l'altro, due milioni di euro per gli onorari. Pochi giorni dopo il ricorso in appello, a dicembre, era arrivato un accordo tra Finivest e Cir: la prima aveva presentato una fideiussione da 806 milioni 9 rinunciando all'istanza di sospensione, mentre la seconda si era impegnata a non chiedere l'esecuzione del maxirisarcimento fino alla sentenza d'appello.

Il pool di esperti. In vista del verdetto di secondo grado, lo scorso anno, i magistrati avevano nominato un pool di esperti per stabilire "se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti siano intervenuti tra il giugno del 1990 e l'aprile del 1991, con riguardo agli andamenti economici delle stesse e di evoluzione dei mercati dei settori di riferimento".

Le conclusioni dei consulenti. A settembre 2010 le conclusioni dei consulenti: avevano stabilito che il danno subìto dalla holding della famiglia De Benedetti esisteva anche se, a loro avviso, era minore rispetto alla quantificazione del tribunale. Di recente Berlusconi aveva definito una sua eventuale condanna "una rapina a mano armata" 10. Mentre è di pochi giorni fa la polemica sulla cosidetta norma salva Fininvest 11 inserita e poi tolta dalla Finanziaria dopo dure polemiche. Ed oggi è saltata la visita del premier a Lampedusa 12.

Che cosa accadrà
. A questo punto Cir può, da subito, eseguire il contenuto della sentenza d'Appello. La holding di De Benedetti si potrà rivolgere alle banche, di cui Intesa-Sanpaolo è capofila, per riscuotere la quota della fideiussione da 806 milioni. Fideiussione bancaria valida per 16 mesi, e rinnovabile, posta alla base dell'accordo del dicembre 2009 tra le sue società. Ci potrebbe essere anche, in via del tutto ipotetica, un accordo tra le parti per congelare l'esecutività della sentenza in attesa della conferma definitiva della Cassazione.


lunedì 27 giugno 2011

L’emergenza rifiuti a Milano


Le parole “emergenza rifiuti”, in Italia, evocano automaticamente il nome di una sola città: Napoli. C’è un’altra città italiana, però, che in un passato nemmeno troppo lontano ha affrontato – e risolto – un’emergenza rifiuti altrettanto grave e invasiva, seppur più breve. È Milano, ed era il novembre del 1995. La storia la racconta oggi sinteticamente Repubblica, ma è ampia e interessante.
Nel novembre del 1995 il sindaco di Milano era Marco Formentini, alla guida di una giunta monocolore leghista. All’epoca i rifiuti prodotti a Milano andavano a finire in una discarica di cui era proprietario Paolo Berlusconi, a Cerro Maggiore. I residenti del comune di Cerro però non volevano la discarica e così il sindaco, leghista, decise di chiuderla, da un giorno all’altro. Il presidente della regione Lombardia – che era già Roberto Formigoni – decise di annullare quella decisione e prorogare di 18 mesi l’apertura della discarica. Gli abitanti di Cerro protestarono, scesero in piazza e bloccarono del tutto l’impianto (che era comunque destinato a chiudere, con polemiche che si trascinavano da mesi sulla sua sostituzione).
Nel giro di poche settimane Milano si riempì di spazzatura: “ventimila tonnellate di sacchi neri ammassati nelle strade”, scrive oggi Rodolfo Sala, “la metà dei quali nel piazzale attiguo alla sede della municipalizzata dei rifiuti, proprio davanti all’ospedale San Raffaele”. Seppure con ritardo, la giunta di Milano e l’allora assessore Walter Ganapini – esperto di smaltimento dei rifiuti e uomo di sinistra, la cui nomina creò parecchi malumori – riuscirono a far partire la costruzione di nuovi impianti e individuare siti per nuove discariche. Rimanevano comunque da rimuovere le tonnellate di rifiuti in città. Era necessario che qualcuno desse una mano alla città. L’assessore Ganapini trovò la disponibilità di quello che allora era il presidente dell’Emilia Romagna. Pier Luigi Bersani. Le agenzie di stampa avrebbero diffuso dichiarazioni di questo tenore.
(Adnkronos) – Il sindaco di Milano, Marco Formentini, in una lettera ringrazia il presidente della Regione Emilia Romagna, Pierluigi Bersani, per la ”straordinaria dimostrazione di solidarietà” e ribadisce l’impegno dell’amministrazione meneghina ”per superare l’intollerabile situazione attuale che vede fluire il nostro carico inquinante, tramite il Po, verso l’Adriatico”. La giunta di Milano, scrive Formentini, ha avviato la realizzazione delle opere di adduzione che consentiranno, ”entro la primavera”, di cominciare a costruire un primo depuratore (capacita’ di quattro metri cubi al secondo, sui nove metri cubi al secondo di reflui della zona meridionale della città).
Le polemiche non finirono lì e ci vollero dei mesi perché a Milano le operazioni di smaltimento dei rifiuti tornassero ad avere una loro normale regolarità. L’emergenza però era stata risolta. Formentini perse le successive elezioni, bocciato al primo turno. Walter Ganapini andò a occuparsi dei rifiuti a Napoli, con esiti peggiori di quelli che ottenne a Milano.
Ieri Pier Luigi Bersani, rispondendo alle dichiarazioni di Bossi sull’ipotesi di portare in Lombardia parte dei rifiuti campani, ha ricordato quanto accaduto in quei mesi del 1995.
«Bossi dovrebbe ricordare che era un suo sindaco quello che ricoprì Milano di rifiuti e fui io a portarli via»

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Val di Susa, scattato l'allarme ore decisive per i no-tav


CHIOMONTE (Val di Susa) - E' partito alle 6 il blitz delle forze dell'ordine a Chiomonte: gli agenti si stanno posizionando su tutti gli accessi. Alcune decine di uomini sono scesi dall'autostrada in direzione Bardonecchia attraverso una stradello di servizio. Dall'altra parte un mezzo cingolato con tenaglia davanti sta prendendo le misure per tagliare la barriera in plexiglass che separa l'autostrada dal luogo in cui si sono radunati alcune centinaia di No Tav. Dall'altro lato, sulla strada comunale dell'Avana, dove i No Tav sono posizionati con una barricata all'altezza della centrale elettrica sono stati avvistati mezzi dei vigili del fuoco e draghe. Intanto una ruspa sta cercando di aprire un varco nella barricata della Maddalena. Inizia così la giornata più lunga dei manifestanti della Val di Susa che da ore, per tutta la notte hanno aspettato asserragliati nel fortino: un migliaio dei 5 mila che hanno partecipato alla fiaccolata e che ha scelto di passare la notte al presidio.

Alle 4.40 è stata chiusa l'autostrada. Poco dopo i No Tav hanno sparato in aria i fuochi d'artificio per lanciare l'allarme. Due i fronti di attacco. L'autostrada A32 dove i mezzi sono arrivati sia da Torino che da Bardonecchia dove ci sono decine di mezzi della polizia che dovrebbero scortare gli operai che devono aprire il cantiere. Ad aspettarli, di fianco alle barriere di plexiglass, teatro della sassaiola del 23 maggio scorso, alcune centinaia di manifestanti pronti a bloccare le forze dell'ordine. E la centrale elettrica, all'inizio della strada
della Avanà, dove si trova la prima barricata e dove si sono radunati soprattutto esponenti dei centri sociali e dell'area anarco insurrezionalista. Altri No Tav sono sparpagliati nei boschi e ai vari possibili accessi all'area del futuro cantiere che deve aprire entro il 30 giugno per non perdere i finanziamenti dell'Unione europea.

Numerosi sindaci della valle contrari al supertreno hanno passato la notte riuniti in un'unità crisi a Bussoleno a una ventina di chilometri dal presidio, in costante contatto con un'"antenna" attiva a Chiomonte. Dopo un vertice all'1.30, al presidio, a cui ha partecipato una quindicina di amministratori delle liste civiche contrarie alla Torino-Lione, per tutta la notte si sono alternati amministratori e legali per garantire consulenza e supporto ai manifestanti in caso di scontri. Si sono divisi in gruppi e hanno presidiato tutte le barricate.

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giovedì 23 giugno 2011

L’infinito mistero di Emanuela Orlandi

Periodicamente tornano le segnalazioni su Emanuela Orlandi, quindicenne figlia di un prefetto vaticano, che scomparve a Roma il 22 giugno 1983. Da allora di lei non si sa più nulla. Nulla di concreto, per lo meno. Perché, appunto, periodicamente arriva una segnalazione, un’indicazione, una nuova pista. Pochi giorni fa un uomo, che si è definito ex agente dei servizi segreti con nome in codice Lupo, ha telefonato a una Tv romana, Roma Uno, dicendo di sapere che Emanuela è viva: «Si trova in una clinica psichiatrica di Londra», ha detto l’uomo al telefono. «È lì con due medici e quattro infermiere».
Ma perché Emanuela dovrebbe essere a Londra, in un manicomio? E chi l’avrebbe portata lì? Negli anni la sua presenza è stata segnalata in Turchia e in Germania. Nel 1983, una anno dopo la scomparsa, una donna disse di averla vista scendere da una A112 a Merano, intorpidita, «sembrava sedata», spiegò. Con tutto l’ottimismo del mondo è difficile pensare che Emanuela Orlandi sia viva. Forse la certezza sul suo destino non si avrà mai. Forse davvero divenne pedina di scambio da parte dei servizi segreti bulgari che chiedevano la libertà di Alì Agca, l’attentatore del Papa. Ma in questo caso la domanda è: perché i servizi segreti di Sofia, probabili mandanti dell’attentato a Giovanni Paolo nel 13 maggio del 1981, volevano Agca libero? Volevano ucciderlo?
E se invece la storia fosse un’altra? Se a prendere Emanuela fossero stati gli uomini della banda della Magliana? Sabrina Minardi, ex fidanzata di uno dei capi della banda, Enrico De Pedis (tutti lo chiamavano Renatino), ha raccontato ai magistrati che fu il suo uomo, insieme ad altri del gruppo, a rapire la Orlandi. De Pedis era uno dei capi, crudeli e spietati, di quella implacabile macchina da soldi e terrore che comandò su Roma tra la fine degli anni settanta e i primi novanta, allungando la sua sfera di potere su tutta Italia. Non c’è mistero, trama, strage, intrigo italiano in cui non siano entrati in qualche modo uomini e personaggi della banda della Magliana. Come finì Emanuela Orlandi in questo ingranaggio? Secondo la Minardi, molti soldi della banda della banda confluivano in conti segreti dello Ior, la banca vaticana, allora gestita dal monsignore polacco Paul Casimir Marcinkus. Quei soldi a un certo punto sparirono, oppure furono bloccati. De Pedis allora decise di agire: rapì Emanuela Orlandi (sarebbe andata bene, a quanto pare, qualsiasi figlia di dipendente vaticano) per fare pressioni su Marcinkus. Se fosse vero il racconto della Minardi (e i magistrati le riconoscono una certa attendibilità) sarebbe purtroppo vera probabilmente anche la conclusione: Emanuela fu uccisa e gettata in una betoniera dalle parti di Torvaianica.
Questa storia si incrocia con tante altre storie: con quella di Roberto Calvi e del Banco Ambrosiano, con la P2 di Licio Gelli, con il terrorismo nero. I neri dei Nar (quelli di Fioravanti e Mambro) fornivano manovalanza alla banda, in cambio quelli della Magliana davano loro soldi e armi. Nel 1977, quando i carabinieri fecero irruzione in una base di terroristi neri a Roma che facevano capo a Pierluigi Concutelli, l’assassino del giudice Vittorio Occorsio, trovarono armi e soldi. E i soldi provenivano dal sequestro, avvenuto a Milano, della giovane Manuela Trapani. A rapire la Trapani era stato Renato Vallanzasca. Un rapimento che fece epoca, con annessa storia d’amore (è leggendaria la scena struggente del rilascio dopo il pagamento del riscatto quando “Manu”, così la chiamava lui, abbraccia Renato). Insomma, la storia Emanuela Orlandi naviga pienamente in quella zona grigia dove compaiono e scompaiono protagonisti, comprimari, verità e menzogne della storia dell’Italia contemporanea.
In quella zona grigia naviga anche un’altra storia, che sembra una leggenda ma che è invece vera, concreta. Quando Renatino De Pedis venne assassinato il 2 febbraio 1990 da altri membri della banda, fu sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare, a Roma, in pieno centro. Lì riposano solo vescovi, papi e benefattori della chiesa. Che ci sia sepolto anche un criminale, uno dei peggiori, fa piuttosto impressione. Eppure è così. Cosa ci fa de Pedis in quella chiesa? Probabilmente per essere sepolto con così tanto onore, Renatino donò a Sant’Apollinare un sacco di soldi. O forse il Vaticano non poté dire di no alla famiglia. Chissà.
E pensare che fino a non molto tempo fa di quella sepoltura sapevano davvero in pochi. E quei pochi non parlavano. Fu una telefonata anonima durante una puntata di “Chi l’ha visto?” nel 2005 a rompere un muro di silenzio che durava da 15 anni. Un uomo al telefono disse: «Se volete sapere che fine ha fatto Emanuela Orlandi andate a vedere dove è sepolto Renatino De Pedis». Da qualche mese i magistrati hanno deciso che la tomba di Renatino De Pedis deve essere riaperta. Non è ancora stato stabilita la data in cui si procederà all’operazione. O forse la data viene mantenuta segreta per evitare curiosità imbarazzanti. Porbabilmente in quella tomba però si troveranno solo i resti di un boss criminale. E nulla che possa far luce davvero sul mistero di Emanuela Orlandi.
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mercoledì 22 giugno 2011

La Waterloo della monnezza ma de Magistris: libererò Napoli

Mentre Napoli attende dai vertici politici in Regione una soluzione anche temporanea al dramma dei rifiuti, il neosindaco de Magistris ripete la sua sfida: "Napoli sarà liberata - dice - nonostante il tentativo di sabotaggio messo in atto in queste ore da certi ambienti refrattari ad accettare la svolta politica che stiamo attuando nella città". "Quando parlo di certi ambienti - dice il primo cittadino che si era impegnato a ripulire la città in cinque giorni - non escludo ovviamente il crimine organizzato perché non può sfuggire il dato secondo il quale in alcune zone la raccolta dei rifiuti stata possibile, mentre in altre no".

GUARDA: Sos a Napolitano, rifiuti anche dove viveva il presidente
"Sono stati segnalati episodi oscuri verificatisi negli ultimi giorni - ha denunciato de Magistris - ed è stato disposto un maggiore controllo a garanzia dei mezzi preposti alla raccolta dell'immondizia. Se il Governo, la Regione e la Provincia abbandoneranno Napoli a se stessa  i cittadini e l'amministrazione agiranno di conseguenza". "Il sindaco, il vice-sindaco Tommaso Sodano e tutta la Giunta stanno già lavorando ad un piano alternativo fondato sull'autonomia della città - ha proseguito de Magistris - che, senza se e senza ma, deve essere - e lo sarà - pulita dai rifiuti, anche per attuare quanto stabilito dalla prima delibera approvata in Giunta in merito all'estensione della raccolta differenziata a tutto il territorio cittadino".

La situazione a Napoli è drammatica. La città è ormai sepolta dai cumuli e avvelenata da miasmi nauseabondi. Anche nelle strade più larghe i marciapiedi sono spariti sotto cumuli di immondizia che diventano, di volta in volta, barricate e micce della protesta sociale, monumenti all’incapacità della politica e manifestazione di sgomento dei cittadini.

C'è chi, come il gestore della trattoria Antica Capri nei Quartieri Spagnoli, è stato costretto a chiudere bottega per l’impossibilità di lavorare, sotto l’assedio dei sacchetti. Il tutto a  poche centinaia di metri da piazza Trieste e Trento, il cuore del cuore della città, a un passo dal Teatro San Carlo: anche la centralissima piazza s’è arresa all’immondizia delle viuzze che la circondano. Lo ha fatto chiudendo le vie di fuga, o di accesso, e piazzando transenne: da un lato i cumuli, dall’altro le auto che nelle vie ingombre di quei cumuli non possono più transitare.

In questo stato di cose il Pd di Napoli chiede al Governo nazionale lo stato di emergenza. "I parlamentari campani del Pd hanno presentato una proposta di decreto legge per dichiarare lo stato di emergenza per i rifiuti a Napoli e in Campania", si legge in una nota del partito. "E' necessario intervenire con urgenza per evitare una catastrofe e per tutelare la salute dei cittadini. Governo, Regione, Province e Comuni facciano la propria parte e decidano per le proprie responsabilità. Il Pd sosterrà lo sforzo per trovare le soluzioni e non aggravare ulteriormente la situazione".


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Trattoria chiude per rifiuti












Da giorni la sua trattoria era assediata dai cumuli di spazzatura ed i miasmi che ne scaturiscono ed oggi, con i rifiuti che hanno in pratica ostruito le vie di accesso al locale, ha chiuso la sua attività spiegando su un cartello affisso sulla serranda abbassata le ragioni del gesto " Mi vergogno di stare aperto con questo scempio".
Così Vincenzo Coppa, il giovane titolare della trattoria 'Antica Capri' ha gettato la spugna e dopo solo quattro mesi di attività, nella quale l'intera famiglia aveva investito i risparmi, ha deciso di lasciar perdere.
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