Per stabilire se le valute mondiali sono scambiate secondo il loro valore “cottetto”, l’Economist ha ideato il “Big Mac index” basato proprio sul prezzo dell’hamburger più diffuso al mondo. L’assunto di base è che nel lungo periodo i tassi di cambio tra le monete si sarebbero mossi verso la “parità del potere d’acquisto” (purchasing-power parity PPP). In altre parole i tassi di cambio dovrebbero tendere verso l’allineamento dei prezzi di un determinato paniere di beni e servizi in tutto il mondo. Non sappiamo se questo avverrà o meno ma il “Big Mac index” intanto ci permette di monitorare la situazione.
Agli attuali tassi di cambio di mercato, un hamburger è del 44% più economico in Cina che in America. Ovvero se dovessimo attenerci al semplice indice grezzo “Big Mac” riveleremmo che lo yuan è sottovalutato del 44% rispetto al dollaro.
Ma questo avverte l’Economist, potrebbe essere fuorviante perché non è detto che i prezzi economici degli hamburger in Cina indichi necessariamente una forte sottovalutazione dello yuan.
I prezzi medi tendenzialmente più bassi nei paesi poveri che in quelli ricchi, perché i costi della manodopera sono più bassi.
Per stimare l’attuale “fair value” (valore corretto) di una moneta l’Economist utilizza quindi la “line of best fit” (linea del miglior adattamento) tra i prezzi del Big Mac e il Prodotto Interno Lordo per persona. La differenza tra il prezzo previsto per ogni paese, dato il suo reddito medio, e il prezzo corrente offre un indicatore migliore della sovra o sottovalutazione di una moneta rispetto all’indice grezzo. Così facendo scopriamo che il real brasiliano è la valuta più sopravvalutata del mondo e che anche l’euro è sopravvalutato in maniera significativa. Mentre lo yuan in questo momento sembra essere vicino al suo “fair value” rispetto al dollaro, cosa che, avverte la rivista, dovrebbe far riflettere di più i politici americani. Di seguito la tabella interattiva con tutti i dati. Se invece avete intenzione di approfondire la questione qui troverete il servizio completo dell’Economist.
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sabato 30 luglio 2011
Fukushima, la Tepco non sa quanta radioattività sta uscendo dai reattori
I tre reattori di Fukushima continuano a rilasciare radioattività nell’aria: ma quanta, e quali sostanze? Sono bucati e in meltdown totale: ma quanto combustibile nucleare è ancora nei reattori, e quanto invece ne è uscito e si trova ora dentro i bunker di cemento in cui i reattori stessi sono alloggiati? Anche i bunker sono bucati in seguito alle esplosioni dei primi giorni.
La Tepco – società proprietaria dell’impianto – non possiede queste informazioni. Eppure sarebbero quanto mai utili per riportare in qualche modo sotto controllo la centrale nucleare in avaria da ormai più di quattro mesi. E infatti la notizia di oggi è che la Tepco si accinge a procurarsele. Almeno in parte.Sulla base di analisi dell’aria effettuate nell’area su cui sorge la centrale nucleare, si ritiene che da Fukushima – passata la fase acuta dei primi giorni – escano fino a circa un miliardo di becquerel all’ora. Che sono 24 miliardi di becquerel al giorno, 720 miliardi di becquerel al mese.
Non si sa tuttavia se, e fino a che punto, la stima sia attendibile. Per questo ora la Tepco si accinge ad aspirare aria dai bunker, così da sottoporla ad analisi e capire finalmente quali sostanze radioattive vengono rilasciate, e quante.
Vale per i reattori 1 e 2, non per il reattore 3: l’edificio che lo alloggia è troppo radioattivo e le sue condizioni effettive continueranno quindi a restare sostanzialmente ignote
La Tepco aprirà un buco nei bunker che alloggiano i reattori e vi inserirà un tubo per aspirare l’aria, collegato ad un apparecchio di misurazione situato al piano superiore. A Fukushima tuttavia c’è anche il problema dell’acqua radioattiva, e non solo dell’aria. Si spera che tubo e misuratore aiutino anche a capire quanto combustibile nucleare è rimasto dentro i reattori e quanto invece ne è uscito.
Il combustibile nucleare uscito dai reattori è il cosiddetto corium, una sorta di lava radioattiva della temperatura di 2000-2800 °C formata dal combustibile nucleare fuso e dall’acciaio – anch’esso fuso – che costituiva le pareti dei reattori.
Finchè non si raffredda, continua a fondere e inglobare ciò che trova lungo il suo cammino. Non si sa se – e fino a che punto – stia mangiandosi le fondazioni di Fukushima.
Oggi, venerdì, dovrebbero iniziare le operazioni al reattore 1, e ai primi di agosto quelle sul reattore 2.
Su English Nkh la Tepco cerca di estrarre aria dai reattori in avaria
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venerdì 29 luglio 2011
Lo fischiano, Brunetta senza fine ''Voi non lavorate, siete dei cretini''
Nuova puntata della saga del ministro: a Viterbo, al festival 'Medioera', c'è anche un gruppetto di contestatori che lo fischiano. Lui li affronta: "Siete dei poveretti"
Se il gambero di Mazara è del Mozambico Il pesce due volte su tre è "taroccato"
Secondo l'Istituto di ricerche economiche per la pesca e l'acquacoltura, nel 2010 in Italia sono state commercializzate 900mila tonnellate di pesce per un ricavo di circa 1.167 milioni di euro. Di queste solo 231mia sono state pescate nel "nostro" mare. Tutto il resto arriva dall'estero. Ma la qualità è scarsa e il prodotto non è tracciato
ROMA - Un bel gambero rosso comprato su una bancarella di pesce nel porto di Mazara del Vallo. Un polpo imperdibile seduti ai tavoli della sagra più famosa d'Italia nel suo genere, quella di Mola di Bari. Oppure un filetto di cernia indimenticabile a Gallipoli. Nelle guide turistiche raccontano che ci sia soltanto una cosa migliore di un bagno nel mare italiano. Mangiarlo.
Evidentemente però in questi anni deve essere cambiato qualcosa se è vero, com'è vero, che il pesce venduto da Palermo a Milano tutto è tranne che un prodotto nostrano. Il gambero di Mazara arriva infatti dal Mozambico. Il polpo di Mola dal Vietnam. Il filetto di cernia di Gallipoli (che in realtà era pangasio) dal Mekong, un fiume che si trova tra la Thailandia e il Lagos. E non si tratta di casi isolati.
Oggi in Italia la pesca è uno dei settori più aggrediti dalle importazioni selvagge dall'estero, in particolare dai paesi asiatici. E soprattutto dalla sofisticazione alimentare. "Due terzi del pesce servito sulle tavole italiane è finto, taroccato" denuncia la Coldiretti. "Il 30 aprile l'Italia ha mangiato l'ultimo pesce del Mediterraneo" denunciano Nef e Ocean2012, organismi internazionali del settore. "Dal primo maggio tutto quello che arriva sulle tavole italiane non è prodotto nostrano". Ma davvero è così? Che pesce compreremo ai mercati e mangeremo al ristorante quest'estate? Da dove arriva? Chi lo pesca? E soprattutto: fa male alla nostra salute?
Per capire l'entità del fenomeno forse è bene cominciare dai numeri. Lo scorso anno in Italia sono state commercializzate dice l'Irepa - l'Istituto di ricerche economiche per la pesca e l'acquacoltura - circa 900mila tonnellate di pesce per un ricavo di circa 1.167 milioni di euro. Bene: di tutto il pesce messo in commercio, soltanto 231.109 tonnellate erano state pescate nel mare italiano. Un terzo, appunto. Tutto il resto arriva dall'estero.
Il problema è che molto spesso, anzi quasi sempre denunciano le associazioni di categoria e confermano le forze di polizia che da Milano a Palermo continuano con sequestri e ad aprire inchieste, il pesce che arriva dall'estero non è di buona qualità. Spesso è pericoloso perché non tracciato e non tracciabile. E soprattutto viene venduto per quello che non è. E' finto.
Non potevano credere ai loro occhi gli uomini della Capitaneria di porto di Mazara quando, sulle bancarelle della marina più grande d'Italia, hanno trovato i gamberetti rossi che arrivavano direttamente dal Mozambico. E nonostante questo spacciati dai pescatori per italianissimi. A Gallipoli, invece, la Finanza in mezzo al mercato del pesce all'interno del porto - meta di pellegrinaggi di turisti da tutta Italia per il folclore e la poesia dei pescatori che rientrano in porto dopo una giornata in mare e vendono il prodotto appena tirato su con le reti - ha sequestrato una bancarella che vendeva esclusivamente pesce taroccato: di fresco aveva soltanto alici e sarde fresche, i prodotti cioè che costano di meno.
Tra i falsi più diffusi c'è poi il pangasio, un pesce pescato nel Mekong, un fiume che si trova tra la Thailandia e il Lagos, che viene abitualmente venduto come fosse un filetto di cernia. Oppure nelle fritture servite nei ristoranti di casa nostra, il polpo non è polpo. O meglio, non è del Mediterraneo ma arriva direttamente dal Vietnam. Era asiatico per esempio anche il polpo venduto lo scorso anno nella sagra di Mola, in provincia di Bari, che per rendere l'idea è come comprare il tartufo di Avellino ad Alba. Frequente anche il caso del merluzzo fresco, o del presunto tale: dicono i sequestri dei Nas che spesso si tratta di pollak stagionato.
Tra i pesci più "copiati" c'è poi il pesce spada che invece altro non è che trancio di squalo smeriglio. Poi c'è anche il caso di baccalà, in realtà filetto di brosme oppure del pagro fresco venduto come dentice rosa. E ancora il pesce serra al posto delle spigole, il pesce ghiaccio al posto del bianchetto, la verdesca al posto del pecespada, l'halibut atlantico al posto delle sogliole. Infine, gli spaghetti con le vongole: 75 per cento di possibilità che sono state pescate in Turchia.
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giovedì 28 luglio 2011
Crisi: imprese, banche e sindacati uniti "Il governo cambi, serve credibilità"
ROMA - Un appello comune, inedito e dai toni drammatici. Banche, imprese e sindacati (esclusa la Uil) fanno fronte comune e si rivolgono al governo chiedendo un patto per la crescita, per dare un segnale di discontinuità ed evitare che la dinamica dei mercati finanziari porti a una situazione insostenibile per il paese. E' questo il senso della nota congiunta di Abi, Alleanza cooperative italiane (Confcooperative, Lega cooperative, Agci), Cgil, Cia, Cisl, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Teteimprese Italia (Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confesercenti), Ugl e Uil (che poi prenderà le distanze). Tutti uniti davanti ad una crisi economica che non passa e ad una speculazione che non allenta la morsa.
"Guardiamo - si legge nella nota - con preoccupazione al recente andamento dei mercati finanziari. Il mercato non sembra riconoscere la solidità dei fondamentali dell'Italia. Siamo consapevoli che la fase che stiamo attraversando dipende solo in parte dalle condizioni di fondo dell'economia italiana ed è connessa a un problema europeo di fragilità dei paesi periferici. A ciò si aggiungono i problemi di bilancio degli Stati Uniti. Ma queste incertezze dei mercati si traducono per l'Italia nel deciso ampliamento degli spread sui titoli sovrani e nella penalizzazione dei valori di borsa".
"Ciò - proseguono imprese e sindacati - comporta un elevato onere di finanziamento del debito pubblico ed un aumento del costo del denaro per famiglie ed imprese. Per evitare che la situazione italiana divenga insostenibile occorre ricreare immediatamente nel nostro Paese condizioni per ripristinare la normalità sui mercati finanziari con un immediato recupero di credibilità nei confronti degli investitori. A tal fine si rende necessario un Patto per la crescita che coinvolga tutte le parti sociali; serve una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti ed una discontinuità capace di realizzare un progetto di crescita del Paese in grado di assicurare la sostenibilità del debito e la creazione di nuova occupazione".
Chi si chiama fuori è la Uil. "Un comunicato che, in altri tempi, si sarebbe definito in puro stile doroteo. Non appartenendo questo stile al nostro patrimonio culturale, in quel comunicato non possiamo riconoscerci", afferma il segretario generale Luigi Angeletti.
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mercoledì 27 luglio 2011
Napolitano nomina Nitto Palma nuovo ministro della Giustizia
Cambio della guardia in via Arenula. Oggi pomeriggio il Capo dello Stato ha accettato le dimissioni di Angelino Alfano dalla carica di ministro della Giustizia nominando al suo posto Francesco Nitto Palma, già sottosegretario agli Interni. Giorgio Napolitano ha ricevuto il premier Silvio Berlusconi e il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, prima ha firmato il decreto con cui, su proposta del Cavaliere, venivano accettate le dimissioni di Alfano dalla carica di Guardasigilli per poi nominare allo stesso incarico il senatore Nitto Palma.
Il Capo dello Stato ha anche firmato il decreto di nomina di Anna Maria Bernini alla carica di ministro per le Politiche comunitarie. Posto lasciato vacante da Andrea Ronchi quando aderì a Futuro e libertà.
Le dimissioni di Alfano erano state annunciate quando l’ex ministro aveva assunto l’incarico di segretario politico del Popolo delle libertà. Oggi l’ufficialità in una lettera consegnata a Berlusconi. “Carissimo Presidente”, scrive Alfano, “a ragione dell’incarico di segretario politico del Pdl, di recente conferitomi, rassegno le mie dimissioni dalla carica di Ministro della Giustizia, in considerazione della specificità e dei compiti che allo stesso sono riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale e che mi fanno ritenere tale funzione di governo incompatibile con un così rilevante incarico politico”.
Se per la maggioranza la nomina di Nitto Palma è coerente con le richieste di Napolitano di avere in via Arenula una personalità di alto profilo, per l’opposizione non cambia niente. Il capogruppo dell’Italia dei valori alla Camera Massimo Donadi sottolinea come in Parlamento il nuovo ministro abbia “lasciato traccia di sé solo per essersi reso promotore di alcune norme ad personam a tutela di Cesare Previti”. Insomma, secondo l’esponente del partito di Di Pietro, con lui o con Alfano non cambia nulla: “possiamo dire che, per quanto riguarda la giustizia, il centrodestra continua a percorrere la solita strada”.
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Il Capo dello Stato ha anche firmato il decreto di nomina di Anna Maria Bernini alla carica di ministro per le Politiche comunitarie. Posto lasciato vacante da Andrea Ronchi quando aderì a Futuro e libertà.
Le dimissioni di Alfano erano state annunciate quando l’ex ministro aveva assunto l’incarico di segretario politico del Popolo delle libertà. Oggi l’ufficialità in una lettera consegnata a Berlusconi. “Carissimo Presidente”, scrive Alfano, “a ragione dell’incarico di segretario politico del Pdl, di recente conferitomi, rassegno le mie dimissioni dalla carica di Ministro della Giustizia, in considerazione della specificità e dei compiti che allo stesso sono riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale e che mi fanno ritenere tale funzione di governo incompatibile con un così rilevante incarico politico”.
Se per la maggioranza la nomina di Nitto Palma è coerente con le richieste di Napolitano di avere in via Arenula una personalità di alto profilo, per l’opposizione non cambia niente. Il capogruppo dell’Italia dei valori alla Camera Massimo Donadi sottolinea come in Parlamento il nuovo ministro abbia “lasciato traccia di sé solo per essersi reso promotore di alcune norme ad personam a tutela di Cesare Previti”. Insomma, secondo l’esponente del partito di Di Pietro, con lui o con Alfano non cambia nulla: “possiamo dire che, per quanto riguarda la giustizia, il centrodestra continua a percorrere la solita strada”.
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