Il think tank australiano Lowy Institute ha pubblicato un rapporto in cui prospetta il rischio di una guerra nel sudest asiatico. Le sempre più frequenti dispute sul Mar Cinese Meridionale, spiega, potrebbero innescare in un futuro non troppo lontano un conflitto che chiamerebbe in campo Cina e Stati Uniti.
Il rapporto si apre con un’analisi della situazione attuale. «La regione è sempre più contesa e vulnerabile rispetto a possibili scontri militari. Le difese navali e aeree dei rispettivi paesi si stanno rafforzando e i contrasti della Cina con Giappone, Stati Uniti e Filippine si intensificheranno sempre di più. Più il numero delle dispute aumenta, più aumenta la possibilità che uno di questi scontri possa sfociare in una crisi diplomatica o addirittura in un conflitto armato».
La Cina è da tempo impegnata con diversi paesi asiatici in varie dispute sulle acque del Mar Cinese Meridionale, che oltre a essere una via di comunicazione strategicamente molto importante per le economie dei paesi che ci si affacciano, potrebbe contenere ricchi giacimenti di petrolio e gas. Filippine, Malesia, Brunei e Taiwan hanno tutti nel corso del tempo avanzato le proprie rivendicazioni. A inizio giugno Cina e Vietnam si sono scontrati proprio per una presunta violazione dei reciproci confini in quelle acque. Lo scorso marzo una disputa simile era avvenuta con le Filippine.
Il governo di Pechino finora ha sempre respinto la possibilità di coinvolgere gli Stati Uniti come mediatori della disputa territoriale, dicendo che preferisce risolvere le questioni separatamente con ogni Stato. Ma lunedì il senato americano ha approvato una risoluzione in cui condanna le ingerenze della Cina nei territori di Vietnam e Filippine. Il ministro degli esteri cinese, Hong Lei, ha risposto dicendo che la risoluzione «non cambierà niente» e che i paesi non direttamente coinvolti non dovrebbero interferire. Questa settimana Stati Uniti e Filippine hanno in programma l’avvio di una serie di esercitazioni militari vicino alle acque contese del Mar Cinese Meridionale.
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mercoledì 29 giugno 2011
lunedì 27 giugno 2011
L’emergenza rifiuti a Milano
Le parole “emergenza rifiuti”, in Italia, evocano automaticamente il nome di una sola città: Napoli. C’è un’altra città italiana, però, che in un passato nemmeno troppo lontano ha affrontato – e risolto – un’emergenza rifiuti altrettanto grave e invasiva, seppur più breve. È Milano, ed era il novembre del 1995. La storia la racconta oggi sinteticamente Repubblica, ma è ampia e interessante.
Nel novembre del 1995 il sindaco di Milano era Marco Formentini, alla guida di una giunta monocolore leghista. All’epoca i rifiuti prodotti a Milano andavano a finire in una discarica di cui era proprietario Paolo Berlusconi, a Cerro Maggiore. I residenti del comune di Cerro però non volevano la discarica e così il sindaco, leghista, decise di chiuderla, da un giorno all’altro. Il presidente della regione Lombardia – che era già Roberto Formigoni – decise di annullare quella decisione e prorogare di 18 mesi l’apertura della discarica. Gli abitanti di Cerro protestarono, scesero in piazza e bloccarono del tutto l’impianto (che era comunque destinato a chiudere, con polemiche che si trascinavano da mesi sulla sua sostituzione).Nel giro di poche settimane Milano si riempì di spazzatura: “ventimila tonnellate di sacchi neri ammassati nelle strade”, scrive oggi Rodolfo Sala, “la metà dei quali nel piazzale attiguo alla sede della municipalizzata dei rifiuti, proprio davanti all’ospedale San Raffaele”. Seppure con ritardo, la giunta di Milano e l’allora assessore Walter Ganapini – esperto di smaltimento dei rifiuti e uomo di sinistra, la cui nomina creò parecchi malumori – riuscirono a far partire la costruzione di nuovi impianti e individuare siti per nuove discariche. Rimanevano comunque da rimuovere le tonnellate di rifiuti in città. Era necessario che qualcuno desse una mano alla città. L’assessore Ganapini trovò la disponibilità di quello che allora era il presidente dell’Emilia Romagna. Pier Luigi Bersani. Le agenzie di stampa avrebbero diffuso dichiarazioni di questo tenore.
(Adnkronos) – Il sindaco di Milano, Marco Formentini, in una lettera ringrazia il presidente della Regione Emilia Romagna, Pierluigi Bersani, per la ”straordinaria dimostrazione di solidarietà” e ribadisce l’impegno dell’amministrazione meneghina ”per superare l’intollerabile situazione attuale che vede fluire il nostro carico inquinante, tramite il Po, verso l’Adriatico”. La giunta di Milano, scrive Formentini, ha avviato la realizzazione delle opere di adduzione che consentiranno, ”entro la primavera”, di cominciare a costruire un primo depuratore (capacita’ di quattro metri cubi al secondo, sui nove metri cubi al secondo di reflui della zona meridionale della città).Le polemiche non finirono lì e ci vollero dei mesi perché a Milano le operazioni di smaltimento dei rifiuti tornassero ad avere una loro normale regolarità. L’emergenza però era stata risolta. Formentini perse le successive elezioni, bocciato al primo turno. Walter Ganapini andò a occuparsi dei rifiuti a Napoli, con esiti peggiori di quelli che ottenne a Milano.
Ieri Pier Luigi Bersani, rispondendo alle dichiarazioni di Bossi sull’ipotesi di portare in Lombardia parte dei rifiuti campani, ha ricordato quanto accaduto in quei mesi del 1995.
«Bossi dovrebbe ricordare che era un suo sindaco quello che ricoprì Milano di rifiuti e fui io a portarli via»
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Val di Susa, scattato l'allarme ore decisive per i no-tav
CHIOMONTE (Val di Susa) - E' partito alle 6 il blitz delle forze dell'ordine a Chiomonte: gli agenti si stanno posizionando su tutti gli accessi. Alcune decine di uomini sono scesi dall'autostrada in direzione Bardonecchia attraverso una stradello di servizio. Dall'altra parte un mezzo cingolato con tenaglia davanti sta prendendo le misure per tagliare la barriera in plexiglass che separa l'autostrada dal luogo in cui si sono radunati alcune centinaia di No Tav. Dall'altro lato, sulla strada comunale dell'Avana, dove i No Tav sono posizionati con una barricata all'altezza della centrale elettrica sono stati avvistati mezzi dei vigili del fuoco e draghe. Intanto una ruspa sta cercando di aprire un varco nella barricata della Maddalena. Inizia così la giornata più lunga dei manifestanti della Val di Susa che da ore, per tutta la notte hanno aspettato asserragliati nel fortino: un migliaio dei 5 mila che hanno partecipato alla fiaccolata e che ha scelto di passare la notte al presidio.
Alle 4.40 è stata chiusa l'autostrada. Poco dopo i No Tav hanno sparato in aria i fuochi d'artificio per lanciare l'allarme. Due i fronti di attacco. L'autostrada A32 dove i mezzi sono arrivati sia da Torino che da Bardonecchia dove ci sono decine di mezzi della polizia che dovrebbero scortare gli operai che devono aprire il cantiere. Ad aspettarli, di fianco alle barriere di plexiglass, teatro della sassaiola del 23 maggio scorso, alcune centinaia di manifestanti pronti a bloccare le forze dell'ordine. E la centrale elettrica, all'inizio della strada
Alle 4.40 è stata chiusa l'autostrada. Poco dopo i No Tav hanno sparato in aria i fuochi d'artificio per lanciare l'allarme. Due i fronti di attacco. L'autostrada A32 dove i mezzi sono arrivati sia da Torino che da Bardonecchia dove ci sono decine di mezzi della polizia che dovrebbero scortare gli operai che devono aprire il cantiere. Ad aspettarli, di fianco alle barriere di plexiglass, teatro della sassaiola del 23 maggio scorso, alcune centinaia di manifestanti pronti a bloccare le forze dell'ordine. E la centrale elettrica, all'inizio della strada
Numerosi sindaci della valle contrari al supertreno hanno passato la notte riuniti in un'unità crisi a Bussoleno a una ventina di chilometri dal presidio, in costante contatto con un'"antenna" attiva a Chiomonte. Dopo un vertice all'1.30, al presidio, a cui ha partecipato una quindicina di amministratori delle liste civiche contrarie alla Torino-Lione, per tutta la notte si sono alternati amministratori e legali per garantire consulenza e supporto ai manifestanti in caso di scontri. Si sono divisi in gruppi e hanno presidiato tutte le barricate.
Segui la diretta.
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giovedì 23 giugno 2011
L’infinito mistero di Emanuela Orlandi
Periodicamente tornano le segnalazioni su Emanuela Orlandi, quindicenne figlia di un prefetto vaticano, che scomparve a Roma il 22 giugno 1983. Da allora di lei non si sa più nulla. Nulla di concreto, per lo meno. Perché, appunto, periodicamente arriva una segnalazione, un’indicazione, una nuova pista. Pochi giorni fa un uomo, che si è definito ex agente dei servizi segreti con nome in codice Lupo, ha telefonato a una Tv romana, Roma Uno, dicendo di sapere che Emanuela è viva: «Si trova in una clinica psichiatrica di Londra», ha detto l’uomo al telefono. «È lì con due medici e quattro infermiere».
Ma perché Emanuela dovrebbe essere a Londra, in un manicomio? E chi l’avrebbe portata lì? Negli anni la sua presenza è stata segnalata in Turchia e in Germania. Nel 1983, una anno dopo la scomparsa, una donna disse di averla vista scendere da una A112 a Merano, intorpidita, «sembrava sedata», spiegò. Con tutto l’ottimismo del mondo è difficile pensare che Emanuela Orlandi sia viva. Forse la certezza sul suo destino non si avrà mai. Forse davvero divenne pedina di scambio da parte dei servizi segreti bulgari che chiedevano la libertà di Alì Agca, l’attentatore del Papa. Ma in questo caso la domanda è: perché i servizi segreti di Sofia, probabili mandanti dell’attentato a Giovanni Paolo nel 13 maggio del 1981, volevano Agca libero? Volevano ucciderlo?
E se invece la storia fosse un’altra? Se a prendere Emanuela fossero stati gli uomini della banda della Magliana? Sabrina Minardi, ex fidanzata di uno dei capi della banda, Enrico De Pedis (tutti lo chiamavano Renatino), ha raccontato ai magistrati che fu il suo uomo, insieme ad altri del gruppo, a rapire la Orlandi. De Pedis era uno dei capi, crudeli e spietati, di quella implacabile macchina da soldi e terrore che comandò su Roma tra la fine degli anni settanta e i primi novanta, allungando la sua sfera di potere su tutta Italia. Non c’è mistero, trama, strage, intrigo italiano in cui non siano entrati in qualche modo uomini e personaggi della banda della Magliana. Come finì Emanuela Orlandi in questo ingranaggio? Secondo la Minardi, molti soldi della banda della banda confluivano in conti segreti dello Ior, la banca vaticana, allora gestita dal monsignore polacco Paul Casimir Marcinkus. Quei soldi a un certo punto sparirono, oppure furono bloccati. De Pedis allora decise di agire: rapì Emanuela Orlandi (sarebbe andata bene, a quanto pare, qualsiasi figlia di dipendente vaticano) per fare pressioni su Marcinkus. Se fosse vero il racconto della Minardi (e i magistrati le riconoscono una certa attendibilità) sarebbe purtroppo vera probabilmente anche la conclusione: Emanuela fu uccisa e gettata in una betoniera dalle parti di Torvaianica.
Questa storia si incrocia con tante altre storie: con quella di Roberto Calvi e del Banco Ambrosiano, con la P2 di Licio Gelli, con il terrorismo nero. I neri dei Nar (quelli di Fioravanti e Mambro) fornivano manovalanza alla banda, in cambio quelli della Magliana davano loro soldi e armi. Nel 1977, quando i carabinieri fecero irruzione in una base di terroristi neri a Roma che facevano capo a Pierluigi Concutelli, l’assassino del giudice Vittorio Occorsio, trovarono armi e soldi. E i soldi provenivano dal sequestro, avvenuto a Milano, della giovane Manuela Trapani. A rapire la Trapani era stato Renato Vallanzasca. Un rapimento che fece epoca, con annessa storia d’amore (è leggendaria la scena struggente del rilascio dopo il pagamento del riscatto quando “Manu”, così la chiamava lui, abbraccia Renato). Insomma, la storia Emanuela Orlandi naviga pienamente in quella zona grigia dove compaiono e scompaiono protagonisti, comprimari, verità e menzogne della storia dell’Italia contemporanea.
In quella zona grigia naviga anche un’altra storia, che sembra una leggenda ma che è invece vera, concreta. Quando Renatino De Pedis venne assassinato il 2 febbraio 1990 da altri membri della banda, fu sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare, a Roma, in pieno centro. Lì riposano solo vescovi, papi e benefattori della chiesa. Che ci sia sepolto anche un criminale, uno dei peggiori, fa piuttosto impressione. Eppure è così. Cosa ci fa de Pedis in quella chiesa? Probabilmente per essere sepolto con così tanto onore, Renatino donò a Sant’Apollinare un sacco di soldi. O forse il Vaticano non poté dire di no alla famiglia. Chissà.
E pensare che fino a non molto tempo fa di quella sepoltura sapevano davvero in pochi. E quei pochi non parlavano. Fu una telefonata anonima durante una puntata di “Chi l’ha visto?” nel 2005 a rompere un muro di silenzio che durava da 15 anni. Un uomo al telefono disse: «Se volete sapere che fine ha fatto Emanuela Orlandi andate a vedere dove è sepolto Renatino De Pedis». Da qualche mese i magistrati hanno deciso che la tomba di Renatino De Pedis deve essere riaperta. Non è ancora stato stabilita la data in cui si procederà all’operazione. O forse la data viene mantenuta segreta per evitare curiosità imbarazzanti. Porbabilmente in quella tomba però si troveranno solo i resti di un boss criminale. E nulla che possa far luce davvero sul mistero di Emanuela Orlandi.
TAG: emanuela orlandi, enrico de pedisMa perché Emanuela dovrebbe essere a Londra, in un manicomio? E chi l’avrebbe portata lì? Negli anni la sua presenza è stata segnalata in Turchia e in Germania. Nel 1983, una anno dopo la scomparsa, una donna disse di averla vista scendere da una A112 a Merano, intorpidita, «sembrava sedata», spiegò. Con tutto l’ottimismo del mondo è difficile pensare che Emanuela Orlandi sia viva. Forse la certezza sul suo destino non si avrà mai. Forse davvero divenne pedina di scambio da parte dei servizi segreti bulgari che chiedevano la libertà di Alì Agca, l’attentatore del Papa. Ma in questo caso la domanda è: perché i servizi segreti di Sofia, probabili mandanti dell’attentato a Giovanni Paolo nel 13 maggio del 1981, volevano Agca libero? Volevano ucciderlo?
E se invece la storia fosse un’altra? Se a prendere Emanuela fossero stati gli uomini della banda della Magliana? Sabrina Minardi, ex fidanzata di uno dei capi della banda, Enrico De Pedis (tutti lo chiamavano Renatino), ha raccontato ai magistrati che fu il suo uomo, insieme ad altri del gruppo, a rapire la Orlandi. De Pedis era uno dei capi, crudeli e spietati, di quella implacabile macchina da soldi e terrore che comandò su Roma tra la fine degli anni settanta e i primi novanta, allungando la sua sfera di potere su tutta Italia. Non c’è mistero, trama, strage, intrigo italiano in cui non siano entrati in qualche modo uomini e personaggi della banda della Magliana. Come finì Emanuela Orlandi in questo ingranaggio? Secondo la Minardi, molti soldi della banda della banda confluivano in conti segreti dello Ior, la banca vaticana, allora gestita dal monsignore polacco Paul Casimir Marcinkus. Quei soldi a un certo punto sparirono, oppure furono bloccati. De Pedis allora decise di agire: rapì Emanuela Orlandi (sarebbe andata bene, a quanto pare, qualsiasi figlia di dipendente vaticano) per fare pressioni su Marcinkus. Se fosse vero il racconto della Minardi (e i magistrati le riconoscono una certa attendibilità) sarebbe purtroppo vera probabilmente anche la conclusione: Emanuela fu uccisa e gettata in una betoniera dalle parti di Torvaianica.
Questa storia si incrocia con tante altre storie: con quella di Roberto Calvi e del Banco Ambrosiano, con la P2 di Licio Gelli, con il terrorismo nero. I neri dei Nar (quelli di Fioravanti e Mambro) fornivano manovalanza alla banda, in cambio quelli della Magliana davano loro soldi e armi. Nel 1977, quando i carabinieri fecero irruzione in una base di terroristi neri a Roma che facevano capo a Pierluigi Concutelli, l’assassino del giudice Vittorio Occorsio, trovarono armi e soldi. E i soldi provenivano dal sequestro, avvenuto a Milano, della giovane Manuela Trapani. A rapire la Trapani era stato Renato Vallanzasca. Un rapimento che fece epoca, con annessa storia d’amore (è leggendaria la scena struggente del rilascio dopo il pagamento del riscatto quando “Manu”, così la chiamava lui, abbraccia Renato). Insomma, la storia Emanuela Orlandi naviga pienamente in quella zona grigia dove compaiono e scompaiono protagonisti, comprimari, verità e menzogne della storia dell’Italia contemporanea.
In quella zona grigia naviga anche un’altra storia, che sembra una leggenda ma che è invece vera, concreta. Quando Renatino De Pedis venne assassinato il 2 febbraio 1990 da altri membri della banda, fu sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare, a Roma, in pieno centro. Lì riposano solo vescovi, papi e benefattori della chiesa. Che ci sia sepolto anche un criminale, uno dei peggiori, fa piuttosto impressione. Eppure è così. Cosa ci fa de Pedis in quella chiesa? Probabilmente per essere sepolto con così tanto onore, Renatino donò a Sant’Apollinare un sacco di soldi. O forse il Vaticano non poté dire di no alla famiglia. Chissà.
E pensare che fino a non molto tempo fa di quella sepoltura sapevano davvero in pochi. E quei pochi non parlavano. Fu una telefonata anonima durante una puntata di “Chi l’ha visto?” nel 2005 a rompere un muro di silenzio che durava da 15 anni. Un uomo al telefono disse: «Se volete sapere che fine ha fatto Emanuela Orlandi andate a vedere dove è sepolto Renatino De Pedis». Da qualche mese i magistrati hanno deciso che la tomba di Renatino De Pedis deve essere riaperta. Non è ancora stato stabilita la data in cui si procederà all’operazione. O forse la data viene mantenuta segreta per evitare curiosità imbarazzanti. Porbabilmente in quella tomba però si troveranno solo i resti di un boss criminale. E nulla che possa far luce davvero sul mistero di Emanuela Orlandi.
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mercoledì 22 giugno 2011
La Waterloo della monnezza ma de Magistris: libererò Napoli
Mentre Napoli attende dai vertici politici in Regione una soluzione anche temporanea al dramma dei rifiuti, il neosindaco de Magistris ripete la sua sfida: "Napoli sarà liberata - dice - nonostante il tentativo di sabotaggio messo in atto in queste ore da certi ambienti refrattari ad accettare la svolta politica che stiamo attuando nella città". "Quando parlo di certi ambienti - dice il primo cittadino che si era impegnato a ripulire la città in cinque giorni - non escludo ovviamente il crimine organizzato perché non può sfuggire il dato secondo il quale in alcune zone la raccolta dei rifiuti stata possibile, mentre in altre no".
GUARDA: Sos a Napolitano, rifiuti anche dove viveva il presidente
"Sono stati segnalati episodi oscuri verificatisi negli ultimi giorni - ha denunciato de Magistris - ed è stato disposto un maggiore controllo a garanzia dei mezzi preposti alla raccolta dell'immondizia. Se il Governo, la Regione e la Provincia abbandoneranno Napoli a se stessa i cittadini e l'amministrazione agiranno di conseguenza". "Il sindaco, il vice-sindaco Tommaso Sodano e tutta la Giunta stanno già lavorando ad un piano alternativo fondato sull'autonomia della città - ha proseguito de Magistris - che, senza se e senza ma, deve essere - e lo sarà - pulita dai rifiuti, anche per attuare quanto stabilito dalla prima delibera approvata in Giunta in merito all'estensione della raccolta differenziata a tutto il territorio cittadino".
La situazione a Napoli è drammatica. La città è ormai sepolta dai cumuli e avvelenata da miasmi nauseabondi. Anche nelle strade più larghe i marciapiedi sono spariti sotto cumuli di immondizia che diventano, di volta in volta, barricate e micce della protesta sociale, monumenti all’incapacità della politica e manifestazione di sgomento dei cittadini.
C'è chi, come il gestore della trattoria Antica Capri nei Quartieri Spagnoli, è stato costretto a chiudere bottega per l’impossibilità di lavorare, sotto l’assedio dei sacchetti. Il tutto a poche centinaia di metri da piazza Trieste e Trento, il cuore del cuore della città, a un passo dal Teatro San Carlo: anche la centralissima piazza s’è arresa all’immondizia delle viuzze che la circondano. Lo ha fatto chiudendo le vie di fuga, o di accesso, e piazzando transenne: da un lato i cumuli, dall’altro le auto che nelle vie ingombre di quei cumuli non possono più transitare.
In questo stato di cose il Pd di Napoli chiede al Governo nazionale lo stato di emergenza. "I parlamentari campani del Pd hanno presentato una proposta di decreto legge per dichiarare lo stato di emergenza per i rifiuti a Napoli e in Campania", si legge in una nota del partito. "E' necessario intervenire con urgenza per evitare una catastrofe e per tutelare la salute dei cittadini. Governo, Regione, Province e Comuni facciano la propria parte e decidano per le proprie responsabilità. Il Pd sosterrà lo sforzo per trovare le soluzioni e non aggravare ulteriormente la situazione".
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GUARDA: Sos a Napolitano, rifiuti anche dove viveva il presidente
"Sono stati segnalati episodi oscuri verificatisi negli ultimi giorni - ha denunciato de Magistris - ed è stato disposto un maggiore controllo a garanzia dei mezzi preposti alla raccolta dell'immondizia. Se il Governo, la Regione e la Provincia abbandoneranno Napoli a se stessa i cittadini e l'amministrazione agiranno di conseguenza". "Il sindaco, il vice-sindaco Tommaso Sodano e tutta la Giunta stanno già lavorando ad un piano alternativo fondato sull'autonomia della città - ha proseguito de Magistris - che, senza se e senza ma, deve essere - e lo sarà - pulita dai rifiuti, anche per attuare quanto stabilito dalla prima delibera approvata in Giunta in merito all'estensione della raccolta differenziata a tutto il territorio cittadino".
La situazione a Napoli è drammatica. La città è ormai sepolta dai cumuli e avvelenata da miasmi nauseabondi. Anche nelle strade più larghe i marciapiedi sono spariti sotto cumuli di immondizia che diventano, di volta in volta, barricate e micce della protesta sociale, monumenti all’incapacità della politica e manifestazione di sgomento dei cittadini.
C'è chi, come il gestore della trattoria Antica Capri nei Quartieri Spagnoli, è stato costretto a chiudere bottega per l’impossibilità di lavorare, sotto l’assedio dei sacchetti. Il tutto a poche centinaia di metri da piazza Trieste e Trento, il cuore del cuore della città, a un passo dal Teatro San Carlo: anche la centralissima piazza s’è arresa all’immondizia delle viuzze che la circondano. Lo ha fatto chiudendo le vie di fuga, o di accesso, e piazzando transenne: da un lato i cumuli, dall’altro le auto che nelle vie ingombre di quei cumuli non possono più transitare.
In questo stato di cose il Pd di Napoli chiede al Governo nazionale lo stato di emergenza. "I parlamentari campani del Pd hanno presentato una proposta di decreto legge per dichiarare lo stato di emergenza per i rifiuti a Napoli e in Campania", si legge in una nota del partito. "E' necessario intervenire con urgenza per evitare una catastrofe e per tutelare la salute dei cittadini. Governo, Regione, Province e Comuni facciano la propria parte e decidano per le proprie responsabilità. Il Pd sosterrà lo sforzo per trovare le soluzioni e non aggravare ulteriormente la situazione".
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Trattoria chiude per rifiuti
Da giorni la sua trattoria era assediata dai cumuli di spazzatura ed i miasmi che ne scaturiscono ed oggi, con i rifiuti che hanno in pratica ostruito le vie di accesso al locale, ha chiuso la sua attività spiegando su un cartello affisso sulla serranda abbassata le ragioni del gesto " Mi vergogno di stare aperto con questo scempio".
Così Vincenzo Coppa, il giovane titolare della trattoria 'Antica Capri' ha gettato la spugna e dopo solo quattro mesi di attività, nella quale l'intera famiglia aveva investito i risparmi, ha deciso di lasciar perdere.
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