Quello che le diplomazie di tutto il mondo avevano sempre temuto alla
fine è successo: WikiLeak ha pubblicato on line, e senza filtro alcuno,
tutti i 251mila cablogrammi trafugati dal Dipartimento di Stato
americano. Gli stessi documenti che aveva iniziato a diffondere
l’anno scorso in collaborazione con oltre 90 testate giornalistiche.
Questa volta però dai documenti non sarebbero stati eliminati i nomi
degli informatori delle varie ambasciate americane nel mondo
compromettendone la sicurezza e inoltre la pubblicazione non è passata
per il vaglio giornalistico come precedentemente era accaduto.
La direzione di WikiLeaks giustifica la decisione con il fatto
che:”la stampa mondiale non ha abbastanza risorse” per vagliare tutti i
documenti e che comunque i giornali con cui ha collaborato non sono
stati imparziali. L’intero archivio è stato messo dunque on line ed è
consultabile a questi due indirizzi: link 1 e link 2. Il compito di ricercare notizie rilevanti è stato affidato agli utenti.
La pubblicazione è stata preceduta da un sondaggio su Twitter in cui si chiede agli utenti se condividono la scelta di pubblicare integralmente il database. Inoltre in un editoriale
pubblicato ieri da WikiLeak sul proprio sito ha spiegato le ragioni
contenzioso aperto con il quotidiano londinese The Guardian, altro
motivo che avrebbe spinto lo staff a pubblicare tutti i cablogrammi. Il
Guardian è stato uno dei quattro quotidiani, insieme con il New York
Times, il Der Spiegel e El Paìs, con cui WikiLeaks ha collaborato fino
ad ora per la pubblicazione dei documenti riservati. WikiLeaks, e il suo
fondatore Julian Assange, aveva già avuto qualche problema con il
Guardian al momento di stipulare il contratto che garantiva al
quotidiano, insieme agli altri tre, di avere in anticipo i documenti.
Nell’editoriale viene accusato il giornalista investigativo del
quotidiano britannico, David Leigh, di aver diffuso, trascrivendola nel
suo libro ‘The Rise and Fall of WikiLeaks’, la password per accedere ai
cablogrammi. Dal momento, si legge nel testo, che la password si stava
diffondendo in maniera incontrollata, e che alcuni ne stavano traendo
un vantaggio economico nel rivenderla, WikiLeaks ha deciso di giocare
d’anticipo e rendere pubblici tutti i documenti senza necessità di
codici di acceso. Il giornalista, si legge
su Repubblica, si è difeso affermando che “Assange gli garantì che la
password sarebbe durata pochi giorni e che dunque sarebbe stata
ampiamente superata al momento della pubblicazione”.
Il sito di Assange aveva iniziato ieri a diffondere una prima parte
dei cablogrammi, circa 130mila, subito dopo ave subito un attacco
informatico che lo aveva reso inaccessibile per diverse ore.
Il Guardian, il New York Times, il Der Spiegel e El Paìs hanno diffuso
una nota congiunta in cui prendono le distanze dalla decisione di
WikiLeak di pubblicare i cablogrammi senza alcun controllo giornalistico
preventivo per omettere le parti che avrebbero potuto mettere a rischio
la vita degli informatori.
El Paìs fa l’esempio
di un cablogramma del nell’aprile 2008 presso l’Ambasciata a Brasilia,
dove viene fatto il nome di un senatore brasiliano che rivela importanti
informazioni circa la formazione di guerriglieri terroristi nel suo
paese.
Fonte Articolo
Visualizzazione post con etichetta mondo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mondo. Mostra tutti i post
sabato 3 settembre 2011
lunedì 29 agosto 2011
Un’ipotesi d’Europa
Quella che vi proponiamo è un’opinione. Magari fantasiosa, magari un po’ fantapolitica, magari non tiene conto di alcune differenze di etnia, ma è autorevole ed è una tra le tante che circolano di questi tempi nel Vecchio Continente, sul futuro dell’Europa, su come poter dare una diversa sistemazione alla comunità degli stati europei ed a quelli che tendono a voler entrare nella federazione. E’ una riflessione di Gunnar Heinsohn, nato nel 1943, un sociologo ed economista tedesco, professore onorario di pedagogia sociale all’Università di Brema, dove ha diretto l’Istituto Raphael-Lemkin di ricerca sul genocidio. Si occupa soprattutto di teoria della storia e della civiltà. Nel maggio di quest’anno ha scritto questo articolo per Die Welt, uno dei maggiori quotidiani tedeschi conservatori. Lo abbiamo tratto dalla rivista on line www.internazionale.it e ve lo proponiamo perché possiate farvi un’idea.
“Una federazione di ricche ed efficienti regioni industriali a nord, un’unione mediterranea finalmente libera dal rigore mitteleuropeo a sud. Per risolvere le incompatibilità strutturali in seno all’Ue le ipotesi alternative non mancano. Solo il 40 per cento dei tedeschi vede il proprio futuro in Europa, e appena il 25 per cento ha ancora fiducia nelle sue istituzioni. Questo sondaggio è la risposta ai venticinque miliardi di euro inviati da Berlino ai proprietari delle banche greche. Alle spalle non c’è una ristrettezza di vedute nazionalista. Il sud della Germania infatti sborsa poco volentieri per i cittadini di Atene, Lisbona o Dublino esattamente come per quelli di Brema o di Essen.
È solo lo spauracchio del nazionalismo a tenere l’Europa ancora in piedi. Lo sfruttamento attraverso i trasferimenti monetari è mille volte meglio della guerra, ripetono i nostri leader. Ma per la prima volta nell’ultimo mezzo millennio l’Europa può considerarsi post-nazionale. Con il crollo dei tassi di crescita manca il personale per scagliarsi sanguinosamente l’uno sull’altro. L’unione non è un mezzo per impedire la guerra, ma una simpatica conseguenza dell’incapacità di farla.
Auspicabilmente, in futuro il ridisegno dell’Europa avverrà oltre l’idea di nazione, di religione e di tradizione. Nell’area nordica, come aveva proposto già nel 2009 lo storico svedese Gunnar Wetterberg, potrebbe rinascere l’unione di Kalmar – che comprenderebbe Islanda, Danimarca, Groenlandia, Novegia, Svezia, Finlandia e possibilmente Estonia. Con 3,5 milioni di chilometri quadrati e 26 milioni di abitanti sarebbe l’ottava potenza economica mondiale. Candidati da annettere successivamente sarebbero i Paesi Bassi e le Fiandre. Un patto con la Gran Bretagna trasformerebbe il Mare del Nord in un Mare Nostrum, creando un partner per Usa e Canada con il quale l’Atlantico settentrionale diventerebbe inattaccabile.
Un modello è la Svizzera, lo stato volontaristico e armonico dove i ginevrini non sono francesi, i ticinesi non sono italiani e gli zurighesi non sono tedeschi. Chi vuole cambiare vicini può partecipare con i confederati alla costruzione di uno spazio economico e monetario ottimale, dove persino il tasso delle nascite non è in deficit. Sovvenzioni per colmare le differenze di ricchezza non ce ne sono. Mentre i difensori dei trasferimenti monetari di Berlino e Brema escogitano in continuazione nuovi affondi nelle borse degli altri, i cantoni svizzeri guadagnano attraendo aziende innovative o moltiplicando la forza lavoro qualificata. Eppure anche lì aiutano i loro bisognosi, e stanno probabilmente meglio che in Germania.
Per l’Ocse già nel 2009 la Svizzera era il campione dell’innovazione, e nel biennio 2010/2011 si è guadagnata il primo posto nell’Indice della competitività globale. La nuova federazione dovrebbe prendere dall’Italia tutto il nord, con una mano tesa fino a Firenze e Urbino. Verso est dovrebbe annettersi poi la poliglotta Slovenia. Con settanta milioni di abitanti su 450mila chilometri quadrati, l’insieme diventerebbe la quarta potenza globale, dopo Usa, Cina e Giappone.
Con l’Unione del Nord e la Confederazione delle Alpi anche le regioni che oggi sembrano irrecuperabili riceverebbero una seconda chance. Invece di miliardi servirebbero semplicemente piani per dare ad ognuno amo ed esca con cui procacciarsi il proprio pesce quotidiano.
Poveri ma belli
Dopo le inevitabili bancarotte, Portogallo, Spagna, Italia del sud, i paesi slavi dell’Adriatico e la Grecia potrebbero unirsi in una federazione mediterranea con più di 100 milioni di abitanti, che con energia solare, alimentazione biologica e attrazioni culturali troverebbe il suo giro d’affari. Con l’inclusione di Israele ci sarebbe anche l’arsenale militare necessario, data la vicinanza all’area islamica.
Il resto del Baltico, insieme alla Polonia e alle “aspiranti Ue” Bielorussia e Ucraina, rassomiglierebbe come perimetro alla Confederazione Polacco-Lituana, spartita nel 1795 tra Berlino, Vienna e San Pietroburgo. Una nuova versione della Confederazione, con 110 milioni di persone, oggi non avrebbe più paura della Russia, che forse andrebbe in declino ancora più in fretta.
La Francia potrebbe andare da sola, o forse con il resto della Germania, riunite dallo spauracchio dell’“Eurabia”. Ma in entrambi i territori si prevedono tempi duri per l’educazione, con un 20-25 per cento dei giovani che sfuggirà al sistema scolastico. Se il problema dovesse essere superato e le scuole franco-tedesche iniziassero a sfornare genietti, questo asse Parigi-Berlino scriverebbe una nuova pagina della storia.
Marxisti, ecologisti, socialisti e seguaci dei profeti si raccoglierebbero sotto la bandiera rosso-verde-rosso-verde, entusiasti di un tale arcobaleno multi-culturale in salsa high tech. E nessuno dovrà più essere forzato, perché si troverebbe davanti tutte le opzioni possibili. Solo lo stato nazionale finirà per essere dimenticato. Gli rimangono fedeli solo gli irriducibili di destra e sinistra, i primi a sognare il potere perduto e gli altri trasferimenti monetari senza fine.”
Gunnar Heinsohn – Die Welt, Berlino
Fonte Articolo
“Una federazione di ricche ed efficienti regioni industriali a nord, un’unione mediterranea finalmente libera dal rigore mitteleuropeo a sud. Per risolvere le incompatibilità strutturali in seno all’Ue le ipotesi alternative non mancano. Solo il 40 per cento dei tedeschi vede il proprio futuro in Europa, e appena il 25 per cento ha ancora fiducia nelle sue istituzioni. Questo sondaggio è la risposta ai venticinque miliardi di euro inviati da Berlino ai proprietari delle banche greche. Alle spalle non c’è una ristrettezza di vedute nazionalista. Il sud della Germania infatti sborsa poco volentieri per i cittadini di Atene, Lisbona o Dublino esattamente come per quelli di Brema o di Essen.
È solo lo spauracchio del nazionalismo a tenere l’Europa ancora in piedi. Lo sfruttamento attraverso i trasferimenti monetari è mille volte meglio della guerra, ripetono i nostri leader. Ma per la prima volta nell’ultimo mezzo millennio l’Europa può considerarsi post-nazionale. Con il crollo dei tassi di crescita manca il personale per scagliarsi sanguinosamente l’uno sull’altro. L’unione non è un mezzo per impedire la guerra, ma una simpatica conseguenza dell’incapacità di farla.
Auspicabilmente, in futuro il ridisegno dell’Europa avverrà oltre l’idea di nazione, di religione e di tradizione. Nell’area nordica, come aveva proposto già nel 2009 lo storico svedese Gunnar Wetterberg, potrebbe rinascere l’unione di Kalmar – che comprenderebbe Islanda, Danimarca, Groenlandia, Novegia, Svezia, Finlandia e possibilmente Estonia. Con 3,5 milioni di chilometri quadrati e 26 milioni di abitanti sarebbe l’ottava potenza economica mondiale. Candidati da annettere successivamente sarebbero i Paesi Bassi e le Fiandre. Un patto con la Gran Bretagna trasformerebbe il Mare del Nord in un Mare Nostrum, creando un partner per Usa e Canada con il quale l’Atlantico settentrionale diventerebbe inattaccabile.
Un modello è la Svizzera, lo stato volontaristico e armonico dove i ginevrini non sono francesi, i ticinesi non sono italiani e gli zurighesi non sono tedeschi. Chi vuole cambiare vicini può partecipare con i confederati alla costruzione di uno spazio economico e monetario ottimale, dove persino il tasso delle nascite non è in deficit. Sovvenzioni per colmare le differenze di ricchezza non ce ne sono. Mentre i difensori dei trasferimenti monetari di Berlino e Brema escogitano in continuazione nuovi affondi nelle borse degli altri, i cantoni svizzeri guadagnano attraendo aziende innovative o moltiplicando la forza lavoro qualificata. Eppure anche lì aiutano i loro bisognosi, e stanno probabilmente meglio che in Germania.
Per l’Ocse già nel 2009 la Svizzera era il campione dell’innovazione, e nel biennio 2010/2011 si è guadagnata il primo posto nell’Indice della competitività globale. La nuova federazione dovrebbe prendere dall’Italia tutto il nord, con una mano tesa fino a Firenze e Urbino. Verso est dovrebbe annettersi poi la poliglotta Slovenia. Con settanta milioni di abitanti su 450mila chilometri quadrati, l’insieme diventerebbe la quarta potenza globale, dopo Usa, Cina e Giappone.
Con l’Unione del Nord e la Confederazione delle Alpi anche le regioni che oggi sembrano irrecuperabili riceverebbero una seconda chance. Invece di miliardi servirebbero semplicemente piani per dare ad ognuno amo ed esca con cui procacciarsi il proprio pesce quotidiano.
Poveri ma belli
Dopo le inevitabili bancarotte, Portogallo, Spagna, Italia del sud, i paesi slavi dell’Adriatico e la Grecia potrebbero unirsi in una federazione mediterranea con più di 100 milioni di abitanti, che con energia solare, alimentazione biologica e attrazioni culturali troverebbe il suo giro d’affari. Con l’inclusione di Israele ci sarebbe anche l’arsenale militare necessario, data la vicinanza all’area islamica.
Il resto del Baltico, insieme alla Polonia e alle “aspiranti Ue” Bielorussia e Ucraina, rassomiglierebbe come perimetro alla Confederazione Polacco-Lituana, spartita nel 1795 tra Berlino, Vienna e San Pietroburgo. Una nuova versione della Confederazione, con 110 milioni di persone, oggi non avrebbe più paura della Russia, che forse andrebbe in declino ancora più in fretta.
La Francia potrebbe andare da sola, o forse con il resto della Germania, riunite dallo spauracchio dell’“Eurabia”. Ma in entrambi i territori si prevedono tempi duri per l’educazione, con un 20-25 per cento dei giovani che sfuggirà al sistema scolastico. Se il problema dovesse essere superato e le scuole franco-tedesche iniziassero a sfornare genietti, questo asse Parigi-Berlino scriverebbe una nuova pagina della storia.
Marxisti, ecologisti, socialisti e seguaci dei profeti si raccoglierebbero sotto la bandiera rosso-verde-rosso-verde, entusiasti di un tale arcobaleno multi-culturale in salsa high tech. E nessuno dovrà più essere forzato, perché si troverebbe davanti tutte le opzioni possibili. Solo lo stato nazionale finirà per essere dimenticato. Gli rimangono fedeli solo gli irriducibili di destra e sinistra, i primi a sognare il potere perduto e gli altri trasferimenti monetari senza fine.”
Gunnar Heinsohn – Die Welt, Berlino
Fonte Articolo
mercoledì 29 giugno 2011
Si rischia una guerra nel sud est asiatico?
Il think tank australiano Lowy Institute ha pubblicato un rapporto in cui prospetta il rischio di una guerra nel sudest asiatico. Le sempre più frequenti dispute sul Mar Cinese Meridionale, spiega, potrebbero innescare in un futuro non troppo lontano un conflitto che chiamerebbe in campo Cina e Stati Uniti.
Il rapporto si apre con un’analisi della situazione attuale. «La regione è sempre più contesa e vulnerabile rispetto a possibili scontri militari. Le difese navali e aeree dei rispettivi paesi si stanno rafforzando e i contrasti della Cina con Giappone, Stati Uniti e Filippine si intensificheranno sempre di più. Più il numero delle dispute aumenta, più aumenta la possibilità che uno di questi scontri possa sfociare in una crisi diplomatica o addirittura in un conflitto armato».
La Cina è da tempo impegnata con diversi paesi asiatici in varie dispute sulle acque del Mar Cinese Meridionale, che oltre a essere una via di comunicazione strategicamente molto importante per le economie dei paesi che ci si affacciano, potrebbe contenere ricchi giacimenti di petrolio e gas. Filippine, Malesia, Brunei e Taiwan hanno tutti nel corso del tempo avanzato le proprie rivendicazioni. A inizio giugno Cina e Vietnam si sono scontrati proprio per una presunta violazione dei reciproci confini in quelle acque. Lo scorso marzo una disputa simile era avvenuta con le Filippine.
Il governo di Pechino finora ha sempre respinto la possibilità di coinvolgere gli Stati Uniti come mediatori della disputa territoriale, dicendo che preferisce risolvere le questioni separatamente con ogni Stato. Ma lunedì il senato americano ha approvato una risoluzione in cui condanna le ingerenze della Cina nei territori di Vietnam e Filippine. Il ministro degli esteri cinese, Hong Lei, ha risposto dicendo che la risoluzione «non cambierà niente» e che i paesi non direttamente coinvolti non dovrebbero interferire. Questa settimana Stati Uniti e Filippine hanno in programma l’avvio di una serie di esercitazioni militari vicino alle acque contese del Mar Cinese Meridionale.
Fonte Articolo
Il rapporto si apre con un’analisi della situazione attuale. «La regione è sempre più contesa e vulnerabile rispetto a possibili scontri militari. Le difese navali e aeree dei rispettivi paesi si stanno rafforzando e i contrasti della Cina con Giappone, Stati Uniti e Filippine si intensificheranno sempre di più. Più il numero delle dispute aumenta, più aumenta la possibilità che uno di questi scontri possa sfociare in una crisi diplomatica o addirittura in un conflitto armato».
La Cina è da tempo impegnata con diversi paesi asiatici in varie dispute sulle acque del Mar Cinese Meridionale, che oltre a essere una via di comunicazione strategicamente molto importante per le economie dei paesi che ci si affacciano, potrebbe contenere ricchi giacimenti di petrolio e gas. Filippine, Malesia, Brunei e Taiwan hanno tutti nel corso del tempo avanzato le proprie rivendicazioni. A inizio giugno Cina e Vietnam si sono scontrati proprio per una presunta violazione dei reciproci confini in quelle acque. Lo scorso marzo una disputa simile era avvenuta con le Filippine.
Il governo di Pechino finora ha sempre respinto la possibilità di coinvolgere gli Stati Uniti come mediatori della disputa territoriale, dicendo che preferisce risolvere le questioni separatamente con ogni Stato. Ma lunedì il senato americano ha approvato una risoluzione in cui condanna le ingerenze della Cina nei territori di Vietnam e Filippine. Il ministro degli esteri cinese, Hong Lei, ha risposto dicendo che la risoluzione «non cambierà niente» e che i paesi non direttamente coinvolti non dovrebbero interferire. Questa settimana Stati Uniti e Filippine hanno in programma l’avvio di una serie di esercitazioni militari vicino alle acque contese del Mar Cinese Meridionale.
Fonte Articolo
giovedì 16 giugno 2011
Che fine faranno le macerie dello tsunami
==================================================================
La storia di Minamisanriku, città distrutta dalle onde anomale che oggi ha 700 mila tonnellate di detriti da rimuovere
==================================================================Minamisanriku è un città del Giappone nord-orientale che lo scorso 11 marzo è stata quasi completamente rasa al suolo dallo tsunami causato dal forte terremoto di magnitudo 9 che ha colpito il paese. Oltre il 90 per cento della città, che era abitata da circa 19mila persone, è stato distrutto dalle onde anomale che hanno raggiunto anche i 16 metri di altezza. Centinaia di persone sono morte, ci sono diverse migliaia di dispersi e oltre diecimila abitanti della zona sono rimasti senza un’abitazione e sono costretti a vivere nei centri di accoglienza e di emergenza, o in altre aree del Giappone ospitati da amici e parenti. Passeranno ancora molti mesi prima che possano fare ritorno a Minamisanriku, dove da settimane si lavora per rimuovere l’enorme mole di detriti causati dallo tsunami.
Nell’area ci sono da rimuovere circa 700 mila tonnellate di macerie e c’è il serio problema di dove mettere i detriti, spiega Miranda Leitsinger su MSNBC. In città l’area distrutta occupa circa dieci chilometri quadrati e al suo interno vi si può trovare di tutto: calcinacci, automobili, frigoriferi, acciaio, cemento, abiti, vetri frantumati, condizionatori e migliaia di oggetti di plastica, legno, gomma e altri materiali. Per rimuovere tutto, dicono le autorità locali, serviranno mesi e almeno 27,4 milioni di dollari per finanziare le società che si stanno occupando della raccolta.
Il lavoro viene svolto con diversi sistemi a seconda delle macerie e delle loro dimensioni. Solitamente ruspe e pale meccaniche raccolgono i detriti più grandi, che vengono poi suddivisi a secondo dei materiali che li compongono. Poi intervengono squadre di addetti alla raccolta dei detriti di piccole dimensioni. Utilizzando pinze, punteruoli o direttamente le mani, separano i piccoli pezzi di vetro dai metalli e dalla plastica, cercando di rimuovere il maggior numero di detriti dal suolo.
Il lavoro di separazione delle macerie è fondamentale per potersi liberare di una quantità così grande di materiale. Tutto ciò che potrà essere bruciato senza pericoli per la salute verrà incenerito, mentre metalli, vetro e plastica saranno riciclati. Anche dopo queste operazioni si prevede rimarranno centinaia di tonnellate di detriti e poiché il Giappone non dispone di grandi porzioni di territorio libere, queste saranno probabilmente inviate in altri paesi che hanno deciso di accogliere i rifiuti e i detriti dello tsunami.
La prefettura di Miyagi, che comprende anche la città di Minamisanriku, sta anche progettando di utilizzare alcune isole dell’arcipelago di Matshushima come discarica per le macerie. L’area insulare è considerata uno dei posti più belli e scenografici del Giappone, ha subito danni limitati a seconda della posizione delle isole rispetto al fronte dell’onda dello tsunami e si teme che le operazioni di scarico e accumulo dei detriti possano rovinarne l’aspetto, e di conseguenza l’economia locale che si basa anche sul turismo oltre che sulla pesca.
Per gestire lo smaltimento del materiale, le autorità locali hanno anche messo a punto un piano per la costruzione di cinque nuovi inceneritori nella prefettura di Miyagi. La costruzione degli impianti richiederà però tempo e quello che servirà alla città di Minamisanriku, in costruzione nella vicina Motoyoshi, non sarà pronto prima dell’autunno del 2012. Questo significa che le società che si stanno occupando del recupero e della pulizia potrebbero essere obbligate a fermare i lavori, perché le discariche temporanee si stanno riempiendo rapidamente di detriti che non possono essere ancora inceneriti.
Inizialmente non era previsto che le discariche temporanee si riempissero così in fretta. Nelle settimane dopo lo tsunami il lavoro di raccolta e pulizia è andato avanti a rilento, perché era ancora in corso la ricerca dei corpi di chi era rimasto sotto le macerie. La ricerca delle vittime è terminata a fine maggio e da allora il lavoro di raccolta ha subito una notevole accelerazione. Takashi Abe della Abei Construction, una delle venti società cui è stato affidato il compito di ripulire Minamisanriku, coordina il lavoro di un centinaio di scavatrici e di oltre 70 camion nell’area. Ogni giorno la sua impresa trasporta l’equivalente di 500 grandi camion, ma la raccolta in alcune aree non è ancora nemmeno iniziata.
L’arrivo della stagione piovosa e calda potrebbe complicare le cose nei prossimi mesi. L’acqua ristagna tra i detriti accatastati nelle discariche temporanee, creando un ambiente ideale per zanzare e insetti infestanti, che potrebbero portare a seri problemi igienici nell’estate. Incrostate dal sale dell’acqua marina, le macerie sono anche maleodoranti e con l’esposizione diretta al calore solare rischiano di rendere l’aria irrespirabile nella zona. La presenza stessa del sale rende inoltre non riciclabile molto materiale, che dovrà essere quindi impilato nelle discariche in attesa di essere incenerito.
Il lavoro di recupero delle macerie ha comunque almeno un lato positivo: dà lavoro a diverse migliaia di persone che altrimenti sarebbero rimaste disoccupate a causa della chiusura di stabilimenti e uffici dopo lo tsunami. La maggior parte degli operatori che ripuliscono la zona sono cittadini di Minamisanriku. In molti casi sono pescatori le cui imbarcazioni sono andate distrutte a causa delle onde anomale che si sono abbattute lungo la costa. Abe offre lavoro part-time a 80 di loro, che si vanno ad aggiungere ai 300 lavoratori a tempo pieno della società: «Dandogli questo lavoro, diamo loro un po’ di speranza e denaro così da poter ricostruire insieme la nostra città».
Fonte Articolo
Le prove dei massacri dello Sri Lanka
==================================================================
Una tv britannica sta per diffondere un nuovo video sulle stragi compiute dall'esercito nelle fasi finali della guerra civile
==================================================================Un nuovo video sulle atrocità della guerra civile in Sri Lanka sta per essere diffuso dal canale televisivo britannico Channel 4 News. Il video documenta quello che avvenne nelle settimane conclusive del conflitto, durante il quale morirono oltre centomila persone. Le immagini del video mostrano massacri commessi dall’esercito dello Sri Lanka contro i prigionieri, gli effetti dei bombardamenti su alcuni ospedali civili e i corpi di alcune combattenti Tamil brutalmente assassinate. Il video documenta anche alcune delle violenze commesse dalle Tigri Tamil, tra cui il ricorso a scudi umani e un attentato suicida in un ufficio del governo.
In uno dei passaggi più violenti, tre civili sono inginocchiati sul ciglio di una strada con le braccia legate dietro la schiena e gli occhi bendati. Uno dei soldati dell’esercito, rivolgendosi agli altri, chiede se ci sia nessuno con il fegato per uccidere un terrorista: «Questo stronzo ha un’arma ma ha ancora paura di un terrorista», dice. Poi ordina ai soldati di sparare «direttamente alla testa». Due cadono di lato, il terzo a faccia in avanti. Dai metadati contenuti nel video, probabilmente registrato dal cellulare di uno dei soldati, sembra che il filmato sia stato girato il 15 maggio 2009, durante le ultimi fasi della guerra. Si stima che circa 40.000 civili siano morti soltanto in quel periodo.
Il video è stato visionato alla fine di maggio dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ed è stato descritto come uno dei documenti più scioccanti relativi alla guerra in Sri Lanka. L’anno scorso Channel 4 aveva già diffuso un video in cui alcune truppe del governo singalese massacravano i prigionieri Tamil. Lo scorso novembre era emerso un secondo video dello stesso massacro, in cui si vedevano i cadaveri nudi di almeno sette donne.
Le dimensioni dei massacri compiuti nella fase finale della guerra civile in Sri Lanka sono da tempo oggetto di inchieste internazionali. Il nuovo video sembrerebbe confermare i risultati di un rapporto dell’anno scorso di International Crisis Group, che spiegava come nella primavera del 2009 il governo avesse bombardato intenzionalmente e ripetutamente i civili, gli ospedali e le operazioni umanitarie per reprimere e annientare la decennale ribellione delle Tigri Tamil.
I Tamil, che costituiscono circa il dodici percento della popolazione dello Sri Lanka, sostengono di essere stati sempre discriminati dalla maggioranza singalese da quando lo Sri Lanka ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1948. Il risentimento della minoranza Tamil ha favorito la nascita di molti gruppi armati, tra cui appunto le Tigri per la Liberazione della patria Tamil, che dalla fine degli anni settanta hanno condotto una violenta campagna secessionista poi sfociata in oltre vent’anni di guerra civile e attentati contro i civili.
Iscriviti a:
Post (Atom)




